Luca Zaia, presidente della Regione Veneto (Ansa)
Luca Zaia, presidente della Regione Veneto (Ansa)

Venezia, 22 ottobre 2017 - Dicembre 1979. Nei locali del Centro Bertrand Russell a Padova si insegna la 'lengua veneta'. Ma la riscoperta della sintassi e della grammatica si accompagna a un’idea politica che tradotta in slogan diventa 'el Veneto ai veneti'. La Liga, tenuta a battesimo in quelle sale, si mangia in un boccone ciò che resta della Dc e del Pentapartito post Tangentopoli e va al suo primo congresso. Il programma: «Basta con il colonialismo italiano, nel Veneto scuola, amministrazione pubblica, giustizia, polizia e informazione devono essere affidati ai veneti». Trentino Alto Adige e Friuli sono i modelli di autonomia cui ispirarsi. Luca Zaia all’epoca ha 11 anni e gioca con i soldatini.

Ottobre 2017. Quasi quarant’anni dopo Zaia è il governatore leghista del Veneto e ha deciso di ripartire da quel Veneto ai veneti. Il referendum consultivo sull’autonomia l’ha voluto a tutti i costi, così come vuole appropriarsi di 23 competenze ora statali, dall’ambiente alla salute all’istruzione. Difesa, ordine pubblico e giustizia li lascerebbe allo Stato. Tenendosi i schei che ora finiscono a Roma, il governatore è sicuro di poter assicurare un tenore di vita anche migliore ai suoi governati. Il tracollo delle banche venete, la rovina del paesaggio veneto? Non è roba da campagna elettorale.

Per dargli ragione, bisogna che 2 milioni e 50mila veneti si presentino alle urne, la metà più uno degli elettori, salvando il quorum fissato dalla legge regionale. Altrimenti sarà una Caporetto per ogni spirito autonomista. Accantonate a parole le aspirazioni secessioniste del Veneto, Zaia, benché abbia negato le dimissioni in caso di mancato quorum, si gioca tutto sventolando le bandiere dell’autonomia differenziata e del federalismo, previsti dall’articolo 116 della Costituzione. Per questo ha arruolato nomi di vaglia come Matteo Zoppas, Arrigo Cipriani, Francesco Guidolin e perfino il cardinale di Venezia Francesco Moraglia («autonomia non significa separazione»). Ma sul fronte opposto, si trovano gli industriali Luciano Benetton («il referendum è una stupidaggine») e Matteo Marzotto, lo scrittore Massimo Carlotto. Il Pd è spaccato tra sì e ni, Forza Italia è tiepida, spaccati anche i 5 Stelle. Ancora poche ore e si saprà se l’appello di Zaia («è l’ora del riscatto per i veneti») ha fatto breccia tra le Dolomiti e il Po. E se le rassicurazioni di Salvini («non è la nostra Brexit») hanno tranquillizzato i veneti taliani. 

Ai gazebo della Liga, tra lo sventolio del vessillo della Serenissima, i militanti non nascondono altri sentimenti: «Cominciamo con l’autonomia, poi sarà secessione. All’inizio mejo esere morbidi». Antonio Guadagnini di ‘Siamo Veneto’ sente «l’irresistible profuno della libertà». Alessio Morosin di ‘Indipendenza veneta’ dice che il referendum è «un allenamento per la secessione». Ed è il groviglio di sentimenti che Zaia dovrà gestire nella trattativa con il governo, dopo il voto popolare. Quorum o no. Quella stessa trattativa che il governatore Pd dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, ha appena concordato con Roma, come previsto dalla Costituzione. E senza spendere i 14 milioni che Zaia farà sborsare ai veneti.