Referendum, le ragioni del sì
Referendum, le ragioni del sì

Roma, 3 dicembre 2016 - Diciamo la verità. Se non fosse che questo è uno strano Paese che vuole e non vuole; che si divide dimenticando qual è la ragione del contendere; che trae ogni occasione per dare sfogo alla chiacchiera inconcludente, non ci sarebbe proprio motivo per illustrare la ragioni del Sì. Basterebbe dire che sono trent’anni e più, per la precisione dalla Bicamerale presieduta dall’onorevole Bozzi (1983), che si discute di superamento di bicameralismo paritario e della doppia fiducia. Basterebbero i decenni trascorsi fra un fallimento e l’altro per dire basta. Ora si vota Si e, almeno su questo fronte, si chiude la partita. Poi proprio a volere essere un po’ pignoli, assai petulanti e insopportabilmente professorali, potremmo dire che le ragioni del Sì ce le danno i Costituenti. Questi venerati signori si accorsero subito di avere combinato un guaio introducendo la fiducia al governo di due Camere che avrebbero potuto esprimere maggioranze diverse.

Anche perché avendo scritto al primo comma dell’art.57 che il Senato era eletto a base regionale, a differenza della Camera dei deputati, questo esito era tutt’altro che remoto. Poi si è verificato il miracolo di “santa Dc”, ossia quello per cui la Democrazia cristiana ha detenuto la maggioranza relativa nelle due Camere ininterrottamente per quarantasei anni, fino al 1992. La Dc si occupava di costruire maggioranze omogenee alla Camera e al Senato e, pur facendo basculla fra centrodestra e centrosinistra, garantiva comunque la doppia fiducia.

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Così è prevalsa la politica del rinvio, passando sotto silenzio il problema. Anche perché nessun governo si è mai sentito così determinato e coraggioso da dire in faccia ai senatori: dal prossimo giro ve ne andate a casa. Mica facile. Anzi, missione quasi impossibile, anche perché con le regole vigenti sono stati proprio i senatori a doversi convincere e a sottoscrivere che questa è per loro l’ultima corsa, per il bene della patria.

Poi possiamo sciorinare altre questioni che trovano soluzione con la riforma. Il famoso Titolo V, quello che tratta del rapporto fra Stato e Regioni, ha creato non poche gatte da pelare alla Consulta. Questa è esperienza recente, perché l’infausta riforma voluta dal centrosinistra nel 1999, che ha creato le materie concorrenti, apparve subito fatta apposta per provocare un infinito contenzioso fra Stato e Regioni. E così puntualmente è stato. Finalmente, con la riforma, si potrà fare una grande opera senza scontrarsi con veti paralizzanti. E vogliamo continuare con l’abolizione dell’inutile Cnel?

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Ebbene, giunto felicemente al termine di questo infinito iter parlamentare, Renzi, nella sua ingenuità, si aspettava che gli italiani comprendessero la battaglia epocale e inusitata, ingaggiata e vinta, e lo ringraziassero. Quindi ha presentato tutta la riforma come un successo personale e del suo governo. Mal gliene incolse. Gli sono saltati tutti addosso come un sol uomo. Intendiamoci. Le opposizioni l’avrebbero fatto ugualmente cercando di attirarlo nella trappola della personalizzazione, o con te o contro di te. Ma Renzi nella trappola ci si è infilato da solo, un po’ per la sua irruenza e un po’ perché, nella democrazia della leadership in cui viviamo, ha ritenuto che questo fosse una mano comunque a suo favore. Allora è accaduto che tutti gli “uomini contro” si sono precipitati a inventarsi fantasie sul testo della riforma per non contraddire se stessi.

La riforma taglia i costi della politica, di netto e per la prima volta. Ma il M5S deve negarlo, altrimenti come giustifica il No? Berlusconi, che questa riforma l’ha sostenuta finché non si è indispettito per l’elezione non concertata di Mattarella a presidente della Repubblica, ora dice No perché comporta una “deriva autoritaria”. Ridicolo. D’Alema, Bersani e seguito non hanno digerito d’avere perso la maggioranza del Pd e quindi, dopo avere votato la riforma in Parlamento, dicono No perché non sanno come fare per mandare a casa Renzi.

Ma agli italiani, di questa incredibile e teatrale compagnia di ventura che cosa importa? Con il Sì, si fa un passo avanti. Poi nessuna riforma è perfetta. Se si verificheranno disfunzionalità sarà possibile e molto più agevole tornarci sopra, affinando la competenza differenziata delle due Camere. Ma se non si va avanti, si resta bloccati e si torna indietro. Non ce lo possiamo proprio permettere.