Referendum, le ragioni del No
Referendum, le ragioni del No

Roma, 3 dicembre 2016 - La riforma sulla quale siamo chiamati a votare non mantiene per nulla quello che promette. Con essa l’Italia dovrebbe diventare più semplice ed efficace. Ma non basta qualche ritocco qua e là perché tutto magicamente funzioni. Il Senato così congegnato, ad esempio, non sarà affatto rappresentativo delle autonomie locali a causa del modo insensato con cui saranno scelti i senatori. Che cosa rappresenteranno? Maggioranze e minoranze politiche dei consigli regionali? Cittadini delle regioni, ma in che modo? La volontà della Regione? Sembra difficile.

Per non parlare del sindaco-senatore eletto dai consiglieri regionali, un nonsense . E non è nemmeno vero che il Senato costituirà un raccordo tra Regioni e Stato, poiché non potrà intervenire se non in modo marginale quando la maggioranza voterà leggi sui principi generali e comuni di materie riguardanti le Regioni, così come quando lo Stato deciderà di intervenire su materie esclusive delle Regioni. E poi, se davvero il Senato avrà questa funzione di raccordo, perché non è stata eliminata la Conferenza Stato-Regioni?

E a proposito del rapporto tra Stato e Regioni, la pretesa di semplificare con l’eliminazione delle materie concorrenti non coglie l’obiettivo poiché non sono quelle che hanno dato vita alla maggior parte dei contenziosi. Inoltre, nei sistemi decentrati la cooperazione tra livelli di governo è inevitabile. Utile sarebbe stato procedere ad una razionalizzazione, invece che far credere che tutto diventerà semplice con l’eliminazione delle materie concorrenti, cosa non vera. Che dire poi della centralizzazione attuata con il passaggio di numerose materie allo Stato senza alcuna seria riflessione sulla forma di Stato (unitaria? Regionalismo forte? Debole? Boh!) e sulla specificità delle singole materie?

Vi è poi notevole confusione nella distribuzione delle materie stesse (per scoprirlo basta leggere il testo) e anche scelte inquietanti, come quella che pone tra le materie esclusive dello Stato «l’istruzione universitaria» e la «programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica», come se l’autonomia universitaria fosse cianfrusaglia da robivecchi (e per questo governo pare sia così: si veda il tentativo di introdurre cinquecento super-professori valutati da commissioni governative).

E si potrebbe continuare, ad esempio con il “mito della velocità” con il quale è stata umiliata la funzione legislativa del Senato. Dare più potere alla Camera non vuol dire emarginare il Senato, cosa che non avviene nelle grandi democrazie, anche maggioritarie, dove a esso è attribuita un’importante funzione di perfezionamento della legislazione, perché l’obiettivo deve essere quello di fare buone leggi, non leggi frettolose. Inoltre si è spacciato un Senato debole come strumento per rafforzare il governo, quando tanti sono gli esempi di sistemi di governo forti con Senati forti (ad esempio Francia e Germania) e vi è un esempio plateale di Senato debole (simile a quello della riforma) che non rese affatto forte l’inconcludente sistema della IV Repubblica francese (1946-1958).

Insomma, siamo di fronte a una riforma contraddittoria e approssimativa che peserà sul domani: fare scelte più coerenti, partendo da strade sbagliate, sarà difficile. Non è vero che qualunque riforma è meglio di nessuna riforma: una cattiva riforma oggi pregiudica la possibilità di fare una buona riforma domani, imbriglia il futuro (il pasticcio dell’Italicum non è forse figlio del pasticcio del Porcellum?).

D’altro canto, questa riforma è stata costruita come una politica “simbolica” per far passare il messaggio di una leadership innovativa (non a caso Renzi ha personalizzato). Così si sono scelti alcuni ambiti sui quali era semplice costruire narrazioni demagogiche, come quelle della “semplicità”, della “velocità” e del “risparmio”. Altri ambiti, più complessi, ma cruciali, come la forma di governo, sono stati ignorati. Il risultato di questo modo di fare le politiche pubbliche, disegnandole in funzione della loro “comunicabilità”, ha prodotto una pessima riforma. Ed è anche contro questa ossessione di creare consenso a scapito dei risultati che vale davvero la pena di votare No.

Referendum, le conseguenze di Sì e No