La protesta dei navigator di Napoli (Ansa)
La protesta dei navigator di Napoli (Ansa)

Roma, 1 novembre 2019 - Doveva essere principalmente un ponte verso il lavoro per i disoccupati più critici. E, invece. Il reddito di cittadinanza, a sette-otto mesi dall’avvio, si sta rivelando in concreto un sussidio assistenziale fine a se stesso. La cosiddetta fase due, gestita dall’Anpal e dalle regioni, con il ricorso massiccio ai navigator e ai centri per l’impiego pubblici, è lettera morta. O quasi. E, sebbene siano stati avviati, in minima misura, i colloqui previsti dalla legge, a oggi non risulta che vi siano beneficiari del sostegno che abbiano trovato lavoro.

Il passaggio «dal divano» all’occupazione rimane solo sulla carta per le centinaia di migliaia di percettori del reddito. Eppure la fruizione del reddito, fatta eccezione per certe categorie, sarebbe vincolata a un obbligo di formazione e alla ricerca attiva di un’occupazione. Ma, secondo un recente monitoraggio, su una platea di circa 750mila beneficiari considerati nelle condizioni di poter essere chiamati a lavorare e, dunque, occupabili, solo un terzo, meno di 250 mila, è stato convocato dai centri per l’impiego. Di questi, però, meno di 100 mila hanno svolto il colloquio per la profilatura e la definizione della propria scheda di occupabilità. E, per finire, non più di 70 mila sono giunti a stipulare il cosiddetto patto per il lavoro, con i connessi obblighi di formazione.

Le ragioni per le quali il meccanismo si è inceppato sono molteplici: dalle lungaggini del sistema (le piattaforme telematiche sono partite da poche settimane) ai recapiti errati lasciati dai percettori del sussidio in fase di domanda, dalle carenze strutturali dei centri per l’impiego ai ritardi burocratici delle Regioni e dell’Anpal.
Il risultato, comunque, è sotto gli occhi di tutti. Le politiche attive restano un miraggio. Così come resta una mera ipotesi di scuola l’impiego dei percettori del reddito per lavori di pubblica utilità.