Il ministro Giovanni Tria (Ansa)
Il ministro Giovanni Tria (Ansa)

Roma, 5 giugno 2019 - E ora che succede? L'avviso dell'Unione Europea all'Italia sui conti pubblici non fa automaticamente partire la procedura di infrazione, ma certo è un campanello d'allarme che il governo faticherà a ignorare. Già lo scorso inverno, bocciando lo schema di manovra, Bruxelles aveva mandato una lettera simile, poi le correzioni in corsa hanno fatto rientrare le possibili sanzioni. Anche in questo caso, dunque, il cartellino rosso può ancora essere evitato. 

Cosa comporta la richiesta Ue

Le osservazioni firmate dai commissari Dombrovskis e Moscovici sono obiettamente molto dure. Viene richiesto al nostro Paese di 'riconsiderare la sua traiettoria di bilancio, in modo che debito e deficit tornino a scendere', visto che, dunque, gli impegni presi non sono stati rispettati nel 2018 e nel 2019 e, nel 2020, il disavanzo supererebbe il 3,5% (il tetto è il 3%). Non è finita: Bruxelles sottolinea i 'danni' ai conti causati dalle misure recenti (sotto la lente quota 100 e reddito di cittadinanza), e guarda con preoccupazione alla febbre da spread, che ha implicato spese di "2,2 miliardi di euro superiori rispetto a quanto prevedevamo nelle stime di primavera 2018". Dunque, ora l'Europa aspetta che l'Italia cambi rotta per ritirare la procedura. In pratica, serve subito una manovra aggiuntiva da almeno 2-3 miliardi, in attesa della finanziaria di fine anno. Una delle clausole di salvaguardia che potrebbe scattare riguarda i tagli ai servizi e ai trasferimenti pubblici: sacrifici che porterebbero circa 2 miliardi nelle casse del Tesoro. 

Procedura d'infrazione, le prossime tappe

Chi è che può avviare formalmente la procedura di infrazione? E' l'Ecofin, organo che riunisce i ministri dell'Economia degli Stati membri dell'Unione Europea. Il 14 giugno è prevista una prima riunione: sarà l'occasione per discutere dei conti italiani. Poi, dopo la tappa del Consiglio europeo (l'assemblea dei capi di Stato e governo dell'Unione europea) il 20 e 21 giugno, si arriva al 9 luglio, il giorno del giudizio. Lì, infatti, l'Ecofin dovrà prendere una decisione sull'avvio della procedura.

I rischi per l'Italia

Se la procedura sarà confermata, il nostro Paese diventerà un “sorvegliato speciale”. Dovrà impegnarsi a intraprendere un percorso di riduzione del debito (e anche del deficit strutturale) più stringente degli altri Paesi membri. Un ritorno all'austerità. Ogni tre mesi i commissari verificheranno l'andamento dei conti e delle riforme in Italia, in modo non molto diverso da quello che succedeva in Grecia ai tempi della “troika”. I tempi si allungano - si parla di circa 2 anni - per l'arrivo delle sanzioni che, però, possono essere anche molto pesanti. La prima sanzione è pari allo 0,2% del Pil, nel nostro caso circa 3,5 miliardi di euro: si tratta di un deposito infruttifero, dunque non di una multa vera e propria, ma l'effetto non è tanto diverso. Per la crescita, però, sarebbe ancora più pesante la punizione successiva, ossia il blocco dei fondi strutturali europei (per l'Italia una partita che vale 70 miliardi). Infine, terza sanzione, lo stop ai prestiti della Banca Europea per gli investimenti (Bei), nonché la fine dell'acquisto dei titoli di Stato italiani da parte della Banca centrale europea (Bce).