Matteo Renzi con Nicola Zingaretti (Ansa)
Matteo Renzi con Nicola Zingaretti (Ansa)

Roma, 10 dicembre 2018 - Nulla di fatto. Anche se Renzi dovesse candidarsi alle primarie, nessuno dei 3 probabili contendenti alla carica di leader del partito supererebbe il 50%, soglia necessaria affinché il neo segretario venga eletto dal popolo Pd e non dagli iscritti. Infatti, in questo caso sarà l’assemblea a decretare il vincitore. Nell’eventualità di uno scontro tra Zingaretti, Renzi e Martina, la stima, secondo l’analisi di Noto Sondaggi, è che il governatore del Lazio raggiungerebbe il 41%, Renzi toccherebbe il 31% mentre Martina si posizionerebbe terzo al 28%.

Insomma, dalle urne potrebbe uscire un Pd ancor più spaccato di quanto appare adesso e con una difficoltà nel dirigerlo, indipendentemente da chi sarà eletto segretario. Certo Renzi, teoricamente, in assemblea potrebbe allearsi con gli eletti della componente di Martina o di Zingaretti e diventare capo del partito, ma per un ex segretario che ha sempre trionfato nelle due precedenti competizioni delle primarie, non ottenere la maggioranza assoluta dei consensi da parte del popolo dei gazebo, politicamente potrebbe evidenziare di per sé una sconfitta.

Il risultato più importante, però, non è il consenso che raccoglie Renzi, ma il fatto che il 53% degli elettori Pd consiglia all’ex premier di non candidarsi. Quindi è come se implicitamente i piddini chiedessero un cambio di gestione del partito. Già dopo la sconfitta nel referendum del 2016 Renzi si dimise e poi fu votato a furor di popolo alle primarie, ma adesso il clima sembra cambiato e dopo la seconda sconfitta subita alle Politiche con un tracollo dal 40% delle Europee nel 2014 al 18.7% dello scorso 4 marzo, si è rotto quel legame che legava la maggioranza degli elettori democratici al leader.

Seppure Renzi conservi una consistente quota di aficionados, tanto che ancor’ggi il 25% dei votanti Pd si definisce renziano, tale percentuale è troppo bassa per poter consentire di mirare alle posizioni di vertice. Però a questi dati si contrappone il giudizio che gli stessi democrat esprimono sulla permanenza di Renzi nel partito: il 56% pensa che la sua presenza sia una risorsa e non un problema.

Le aspettative sulla presenza Renzi sono ambivalenti tanto che l’elettorato sembra avere le idee chiare: Renzi nel partito ma non segretario. Comunque sia, l’ipotesi che invece si possa creare un nuovo soggetto politico con a capo Renzi è ancora valida, nonostante le mezze smentite dell’ex segretario. Ma gli italiani hanno capito ormai che le parole dei politici non devono mai essere prese come oro colato, infatti lo «stai sereno» di pronuncia renziana è diventato un termine da inserire nel manuale della Crusca, visto l’ormai utilizzo popolare.

Se dunque un ipotetico partito di Renzi la scorsa settimana era stimato al 9%, oggi il consenso cala al 7%. La flessione è che quando dai propositi non si passa ai fatti si produce disaffezione. L’ingresso nel mercato elettorale di questo nuovo soggetto politico produrrebbe un decremento di 4 punti del Pd che calerebbe al 14%, contro il 18% quotato oggi. L’ex premier conquisterebbe l’ulteriore 3% prevalentemente dagli astenuti nelle precedenti Politiche e, solo in misura marginale (0,5%), da Forza Italia.

Nota informativa ai sensi dell'art. 4 del Regolamento Agcom - Delibera n°256/10/CSP. Data di realizzazione: 7-8/12/2018. Committente: QN Quotidiano Nazionale. Fornitore Noto Sondaggi. Campione: Panel Omnibus rappresentativo dei simpatizzanti Pd. Tecnica di somministrazione: Cawi. Consistenza numerica del campione: mille. Rispondenti: 92%