Luigi Di Maio, ex vicepresidente della Camera e candidato premier M5s (Ansa)
Luigi Di Maio, ex vicepresidente della Camera e candidato premier M5s (Ansa)

Roma, 17 marzo 2018 - Chi andrà a ricoprire i prestigiosi ruoli di presidenti di Camera e Senato? Le presidenze delle Camere saranno foriere di un accordo politico in vista delle consultazioni per la formazione del governo o saranno solo 'di garanzia'? L'elezione dei nuovi vertici di palazzo Madama e palazzo Montecitorio segneranno lo sblocco della situazione politica o la sua ennesima impasse? E, infine, con quali regole e con quali tempi si eleggono i nuovi presidenti? Il week-end politico che si apre segnerà, per forza di cose, una piccola pausa, ma tutte le segreterie dei partiti politici sono al lavoro e, mentre il Colle vigila e attende decisioni altrui, i nuovi parlamentari scalpitano perché vogliono dire la loro. Cerchiamo di rispondere alle domande fatte in apertura, partendo, come è giusto che sia, dalle regole e poi cercando di capire i possibili scenari che si possono aprire. 

Presidente della Camera, c'è l'accordo su Roberto Fico

Road map e scenari. Dalla prima seduta delle Camere alle consultazioni

NUOVI ELETTI IN PARLAMENTO - Da lunedì 19 marzo i 945 (630 deputati e 315 senatori) nuovi eletti grazie al voto degli italiani del 4 marzo potranno, finalmente, iniziare ad espletare le formalità burocratiche per diventare, a tutti gli effetti, parlamentari della Repubblica. Tesserini, badge, uffici (provvisori, per ora), iscrizione ai gruppi parlamentari, presa di confidenza (almeno per i neo-eletti) con i luoghi dei Palazzi (Transatlantico, Buvette, Corea, corridoi dei passi perduti), regole di buona creanza da rispettare (giacca e cravatta al Senato, solo la giacca alla Camera, ovviamente gli uomini), conoscenza dei meandri di Montecitorio e palazzo Madama, avvicinamento di torme di assistenti parlamentari, uffici stampa, personale che vuole avere (o riavere) un posto, conoscenza dei famosi – e temuti - commessi in livrea, saranno le prime incombenze dei nuovi deputati. Poi, il Grande Esordio. Il 23 marzo si tiene la prima seduta ufficiale delle nuove Camere della XVIII legislatura. Alla Camera, a presiedere, ci sarà il vicepresidente uscente più giovane (Roberto Giachetti, Pd), al Senato il senatore più anziano, Giorgio Napolitano, sarà ad aprire la seduta. Si parte subito con la prima votazione, quindi ecco le regole per l'elezione dei presidenti.

REGOLE PER L'ELEZIONE DEI PRESIDENTI - A Montecitorio l'elezione del presidente dell'assemblea scatta, nei primi tre scrutini, solo se si raggiunge la maggioranza dei 2/3, poi serve quella assoluta. Ma leggiamo il regolamento della Camera: “L’elezione del Presidente ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza dei due terzi dei componenti la Camera. Dal secondo scrutinio è richiesta la maggioranza dei due terzi dei voti computando tra i voti anche le schede bianche. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti”. Insomma, senza un accordo 'largo' c'è poco da fare.

A palazzo Madama nei primi due scrutini (previsti già per il solo 23 marzo, la Camera potrebbe far slittare il terzo al 24) serve la maggioranza assoluta dei componenti dell'Assemblea. Se non si raggiunge, però, tutto si fa più semplice: il giorno successivo, alla terza votazione, basta la maggioranza assoluta dei voti dei presenti. Qualora non sia stata raggiunta si procede, lo stesso giorno, al ballottaggio tra i due candidati più votati, basta prendere un voto in più, a parità di voti, viene eletto il candidato più anziano di età. Ma leggiamo per esteso il Regolamento del Senato: “Il Senato procede alla elezione del Presidente con votazione a scrutinio segreto. E’ eletto chi raggiunge la maggioranza assoluta dei voti dei componenti del Senato. Qualora non si raggiunga questa maggioranza neanche con un secondo scrutinio, si procede, nel giorno successivo, ad una terza votazione nella quale è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti dei presenti, computando tra i voti anche le schede bianche. Qualora nella terza votazione nessuno abbia riportato detta maggioranza, il Senato procede nello stesso giorno al ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto nel precedente scrutinio il maggior numero di voti e viene proclamato eletto quello che consegue la maggioranza, anche se relativa. A parità di voti è eletto o entra in ballottaggio il più anziano di età”. Traduzione: L’elezione del presidente del Senato, a differenza della Camera, non impone un accordo tra forze politiche. Al quarto scrutinio una forza politica che non ha conquistato maggioranza assoluta dell’Assemblea può eleggersi da sola il presidente. Ricordiamo che il presidente del Senato è la seconda carica dello Stato, e in caso di impedimento del presidente della Repubblica, ne ha il compito di supplente.

I CANDIDATI - I 5Stelle sono risultati non solo primo partito nel Paese, ma anche il primo gruppo parlamentare a Camera e al Senato (222 deputati e 112 senatori). I loro candidati in pectore sono Roberto Fico, esponente dell'ala 'movimentista' M5S, e Riccardo Fraccaro, tra i fedelissimi del leader Di Maio, ma negli ultimi giorni gira con insistenza il nome dell'ex direttore di Sktg24, Emilio Carelli, ex volto Mediaset, per la Camera, e quello di Danilo Toninelli, esperto di legge elettorale e neo eletto al Senato dopo essere stato deputato. La Lega, che è risultato il primo partito dentro la prima coalizione uscita vincitrice dalle urne, il centrodestra, è il primo gruppo parlamentare di quella coalizione: conta 124 deputati e 57 senatori. I candidati di Salvini sono solo due: Giancarlo Giorgetti, uomo ombra di Bossi prima e Salvini poi, anche se si parla anche di Massimiliano Fedriga, che però dovrebbe essere il candidato della Lega in Friuli, per la Camera, e dell'avvocato di Andreotti, Giulia Bongiorno (ex esponente di Fli di Fini) al Senato mentre perde quota la candidatura di Roberto Calderoli, già vicepresidente del Senato, il cui nome è legato alla legge elettorale Porcellum. Terzo incomodo è Forza Italia (104 deputati e 57 senatori), ma solo per il Senato, dove ancora spera di spuntarla il capogruppo azzurro uscente, Paolo Romani, uomo di fiducia di Berlusconi, mentre nessuna speranza hanno altri nomi (Carfagna o Gelmini). Fuori dai giochi, infine, è il Pd (116 deputati e 57 senatori): il ministro Franceschini sogna ancora di poter diventare presidente della Camera, ma i voti dem, al massimo, potrebbero andare al candidato azzurro (Romani?) per scompaginare i giochi tra M5S e Lega.

A completare il quadro, le minoranze linguistiche, i 14 deputati e 4 senatori di Leu, sei senatori a vita (al Senato) e... una decina di seggi NON ancora attribuiti dai conti, assurdamente a rilento, delle Corti d'appello e del Viminale. Seggi che solo la Giunta per le Elezioni delle due Camere, quando si riunirà, potrà attribuire in via definitiva e finale. Subito dopo l'elezione dei presidenti, si costituiranno anche i gruppi parlamentari dei vari partiti e inizieranno a costituirsi anche le diverse commissioni parlamentari, anche se per completare quest'ultimo atto – fondamentale per far partire la 'macchina' del Parlamento – bisognerà prima sapere chi andrà al governo e chi all'opposizione...

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GIOCHI A INCASTRO - Le presidenze delle Camere potrebbero costituire una 'base d'asta' ragionevole per la formazione del futuro governo o potrebbero risultare solo come segno di presidenze 'di garanzia' per entrambi i rami del Parlamento, ma di certo il 'chi va dove' sarà comunque decisivo per i futuri equilibri. In sintesi, le posizioni dei principali partiti sono queste. Dentro il M5S si parte da un presupposto: il partito uscito vincitore dalle elezioni 'deve' avere la presidenza di una delle due Camere e i pentastellati vogliono Montecitorio. La Lega sembra disposta a concedere loro questo primato (Berlusconi, invece, no, e Fd'I neppure), il Pd anche. Invece, dentro il centrodestra, regna per ora il caos. Salvini reclama per sé la presidenza del Senato, ma anche l'incarico a premier. Berlusconi vuole per sé l'alto scranno di palazzo Madama e la Meloni è sulle stesse posizioni anche se Fd'I lancia la candidatura 'di bandiera' della Meloni alla Camera. FI potrebbe cercare, almeno al Senato, un colpo di mano: eleggere un proprio nome con i voti del Pd, ma il Pdci sta? Ancora rimbambiti dalla sconfitta e con Martina reggente, mentre Renzi, per ora, sembra essersi eclissato, ma dentro i gruppi parlamentari, composti per lo più da renziani, può dire la sua, il Pd è tentato da un lato di giocare di sponda con FI e, dall'altro, di mettersi all'opposizione e... basta. Come suol dirsi, i prossimi giorni saranno quelli decisivi. Eletti i due presidenti (entro il 27 marzo), dal 2 aprile inizieranno le consultazioni al Quirinale. Un'altra partita. 

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