Il premier Conte 'rassicura' il Guardasigilli Bonafede (Ansa)
Il premier Conte 'rassicura' il Guardasigilli Bonafede (Ansa)

Roma, 10 novembre 2018 - La ferita è tutt’altro che rimarginata, nella migliore delle ipotesi lascerà una cicatrice molto vistosa ma non è detto che non vada peggio. Perché – il giorno dopo il compromesso – ognuno resta sulla sua posizione: "Senza riforma del processo penale non ci sarà la prescrizione", avverte Salvini. Ma il Guardasigilli è di tutt’altro avviso: "Nella legge anticorruzione non c’è collegamento con altre leggi – dice Bonafede –. Il provvedimento sarà approvato entro l’anno e lo stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio entrerà in vigore comunque a gennaio del 2020".

Non c’è nessun vincolo scritto e non potrebbe essere altrimenti, spiegano i pentastellati, anche perché "la legge delega sul processo penale ancora non c’è". In ogni caso, rilanciano dal Carroccio, c’è un impegno politico: "Per noi è sufficiente la parola: basta una stretta di mano – osserva il sottosegretario alla giustizia in quota Lega, Jacopo Morrone – e dunque l’interruzione della prescrizione scatterà il giorno dopo la riforma del processo penale".

Questo punto di non secondaria importanza non è stato chiarito l’altro ieri a Palazzo Chigi, forse verrà sviluppato meglio nei prossimi giorni quando le commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera entreranno nel merito del provvedimento "spazzacorrotti". Naturalmente lasciarlo sul vago costituisce una bomba a orologeria, pronta ad esplodere. Ma la cosa preoccupa fino a un certo punto: ci vuol del tempo perché la piaga si infetti e nessuno tra i soci del governo giallo-verde è davvero sicuro di arrivare a dicembre 2019, quando cioè dovrebbero veder la luce le nuove regole sul processo penale. Sia ben chiaro: le dichiarazioni ufficiali sono ultra-ottimistiche.

"Il governo non è mai stato così stabile", assicura Salvini. "Non è un campionato tra noi e la Lega – rilancia Di Maio – io credo molto in questo esecutivo". Ma la realtà è ben diversa, e dimostra come i nodi irrisolti del contratto vengano al pettine uno dopo l’altro. Che si tratti della Tav cara alla Lega, per cui stamani a Torino manifesta il popolo favorevole al treno ad alta velocità o della legge Pillon sull’affido condiviso bocciata dai grillini. Senza contare che i due appuntamenti processuali odierni – la sentenza sul sindaco Raggi e quella sul sequestro dei 49 milioni di euro al Carroccio – potrebbero gettare altro alcol sul fuoco, con ripercussioni pesanti ove Salvini decidesse di lanciare l’Opa sulla Capitale in caso di condanna dell’esponente grillini, trasformando la piazza dell’8 dicembre nell’inizio della campagna elettorale per la conquista del Campidoglio assieme a Forza Italia e Fd’I .

Dietro la facciata, i malumori tra i due partiti sono tremendi: da un lato, ci sono i leghisti preoccupati che le divisioni, i litigi, le agitazioni tra i pentastellati finiscano non tanto per far implodere il movimento quanto piuttosto per rendere complicatissima un’alleanza di governo già non facile a causa del continuo gioco al rialzo. Ma tira un’ariaccia anche tra i grillini che si sentono schiacciati dall’esuberanza di Salvini: ha voglia Bonafede di ripetere "non abbiamo ceduto alla Lega". La narrazione che circola nel corpaccione grillino è opposta, di qui la richiesta a Di Maio di essere più incisivo e di "giocare d’anticipo" sin dal prossimo terreno di scontro. I rapporti si sono guastati, è possibile che vengano sanati ma non sarà facile. Di certo, i governanti faranno il possibile per arrivare alle Europee del maggio prossimo e forse anche oltre. Non troppo però: l’appuntamento spartiacque potrebbero essere le regionali in Emilia Romagna che – se non ci saranno accorpamenti – si svolgeranno nell’autunno del 2019. "Se vinciamo in Emilia non possiamo che tornare alle urne nel 2020", profetizza Roberto Maroni, uno che con la Lega ha una certa dimestichezza.