Rabbia dentro il M5s per l'accordo sulla prescrizione

Roma, 9 novembre 2018 - Difficile non leggere l’accordo raggiunto tra Salvini e Di Maio sulla prescrizione come qualcosa di diverso dall’ennesima sconfitta dei 5 Stelle davanti alla forza politica dell’alleato di governo, il Carroccio, sempre più dilagante. E se ieri, a caldo, la propaganda grillina stava già oliando le macchine del web per raccontare al ‘popolo’ il nuovo ‘successo’, con la vice presidente del Senato, Paola Taverna, pronta a far sventolare la bandiera dell’ennesima "battaglia che portiamo a casa, un grande risultato per il Movimento 5 stelle", ci ha poi pensato Piercamillo Davigo, il togato del Csm da sempre vicino agli stellati, a smontare, demolire – e anche in malo modo – la narrazione del Movimento sul tema: "Così com’è se ne vedranno gli effetti solo tra molti anni, da qui all’eternità, quando io sarò morto; si tratta di una norma di diritto sostanziale, si applica solo a reati commessi dopo la sua entrata in vigore".

Parole piombate come macigni nel gruppo parlamentare 5 stelle. Dove alle fibrillazioni seguite alle vicende che hanno coinvolto i ‘ribelli’ del Senato, s’è unita una fronda di ‘onorevoli’ (molti al secondo mandato) che digeriscono male i continui cedimenti ai desiderata della Lega che, di fatto, rinnegano, la piattaforma sulla quale M5s ha costruito la propria credibilità e il proprio consenso politico. "Non vedo perché rimandare al 2020 lo stop alla prescrizione – commentava ieri, lapidaria, la senatrice Elena Fattori – Non c’è bisogno di rinviare così a lungo per armonizzare con una riforma complessiva della giustizia".

Il collega alla Camera, Andrea Colletti, va oltre: "È una cagata pazzesca. Non ha senso – spiega – farla entrare in vigore dopo. Tanto vale farla entrare in vigore subito, visto che gli effetti li vedremo nel 2024, più o meno". Nicola Morra, esperto senatore tra i più fermi custodi dei valori grillini che furono, ostenta prudenza: "Molto dipenderà da come si costruirà la norma sul processo penale". Ma per tutti, vale la stessa impressione: "È l’ennesima volta che Salvini ci frega – sibilano nel cortile della Camera alcuni deputati di prima legislatura – ci stanno mangiando in testa, così alle Europee sarà un bagno di sangue". Sebbene il leghista getti acqua sul fuoco: "Tutto bene quel che finisce bene", afferma riferendosi alle roventi polemiche degli alleati.

Mal di pancia diffusi, insomma, non tali da impensierire Di Maio ma in grado, se non governati, di scavare la credibilità del leader che ieri ha chiesto ai parlamentari una cospicua donazione (6 mila euro entro 10 giorni) per contribuire ai danni del maltempo in Veneto e in Sicilia. Operazione ‘di copertura’, per i vertici grillini, anche alla vigilia di quello che domani potrebbe essere annoverato, nella storia dei 5 Stelle, come il "sabato più nero". A Torino partirà "l’Onda", la manifestazione dei ‘sì Tav’ alla quale parteciperà quellaparte della città stufa dei "no"’ della giunta Appendino a Olimpiadi, grandi opere e infrastrutture. E a Roma, sempre in quelle ore, è attesa la sentenza sul processo Raggi che potrebbe innescare una crisi nel Movimento. Per non parlare, in ultimo, del referendum sulla privatizzazione dell’Atac, la municipalizzata romana dei trasporti, vera spallata politica all’amministrazione della sindaca di Roma. E anche a Di Maio.