Il sindaco di Brescello Marcello Coffrini eletto con il Pd (Artioli)
Il sindaco di Brescello Marcello Coffrini eletto con il Pd (Artioli)

Roma, 14 gennaio 2016 - PER OGNI vittoria che ottieni a Quarto, vieni sconfitto sul Brenta o a Brescello. No, non sono i nomi delle battaglie sabaude e garibaldine del nostro glorioso Risorgimento: è il gioco a rimpiattino che va avanti tra Pd e M5S sui Comuni sciolti per mafia, i sindaci e i consiglieri comunali indagati dell’uno e dell’altro partito. All’insegna di un concetto filosofico primordiale («il più pulito c’ha la rogna»), il blog di Beppe Grillo, da settimane, pubblica e invita a rilanciare, dietro l’hashtag «#PiddiniCostituitevi!», l’elenco con foto di tutti i casi di indagati, rinviati a giudizio e condannati nelle fila democrat: «Sono 83 solo nel 2015, da gennaio sono già 85!».

L’OBIETTIVO è semplice quanto efficace: dimostrare che se i pentastellati non riescono a togliersi la pagliuzza dall’occhio di Quarto, politicamente e mediaticamente, il Pd è marcio. «Numeri da organizzazione criminale» tuona Grillo. Il Pd, ovvio, contrattacca: «Dovete venire da noi per prendere lezioni di legalità» E i casi citati? Isolate mele marce, si capisce. «Mariuoli» casuali. È così? Vediamone alcuni.

PROPRIO ieri è esploso il caso Brenta, in provincia di Varese. Il sindaco della cittadina, Gianpietro Ballardin, iscritto al Pd ma eletto con una lista civica, è stato arrestato e ora si trova ai domiciliari. L’accusa è falso commesso da pubblico ufficiale, reato che avrebbe compiuto nelle vesti di presidente del consorzio del Medio Verbano. Grillo urla, ebbro di gioia: «Un arrestato al giorno toglie il Pd di torno! Domani a chi tocca?!». I guai, si sa, non vengono mai soli. Per il Pd sono tempi difficili, dopo il caso Marino (dimesso) a Roma, il caso De Luca (indagato e incompatibile per la Severino) in Campania, i vari casi dei sottosegretari indagati e dimessisi (ultima la Barracciu), il caso banche che sfiora la Boschi.

Poi, appunto, ci sono i casi piccoli. Fanno meno rumore, ma pesano. A Ercolano sono indagati, per appalti, sindaco, vicesindaco, assessore: tutti dem; a San Giorgio a Cremano associazione a delinquere al sindaco attuale e pure al precedente. A Vado Ligure altra doppietta: sindaco attuale e predecessore accusati di disastro colposo aggravato. A Vercelli la sindaca, sempre dem, è stata già rinviata a giudizio per falso ideologico in atto pubblico. A Rimini (Gnassi) e Pescara (Alessandrini), capoluoghi importanti, i sindaci dem sono entrambi indagati. A Como il sindaco è fresco fresco di avviso di garanzia (#Lucinidimettiti! grida, ovvio, il blog M5S) mentre il sindaco di Siena, Valentini, è indagato da tempo per falso in atto pubblico, abuso d’ufficio e truffa aggravata, ma il Pd locale tace.

IN EMILIA, nella provincia di Bologna, c’è Crevalcore, dove sindaco e vice sono indagati per truffa, e Castenaso dove il sindaco, Sermenghi, è accusato di minacce contro la collega Isabella Conti (dem pure lei) di San Lazzaro di Savena. Una storiaccia, considerando che nella giunta di Sermenghi c’è pure la sorella del premier, Benedetta Renzi. Ma la vera e più brutta storia è un’altra ancora. Il film, genere gangster movie si svolge a Brescello, provincia di Reggio Emilia. Nel paese di 4 mila anime cui i film di don Camillo e Peppone hanno assicurato un posto imperituro nella storia del costume italico, ha messo radici una pericolosa e violentissima cosca della ’ndrangheta, la ’ndrina Grande Aracri, originaria di Cutro. Il presunto capo, Nicolino Grande Aracri, detto «Mano di Gomma», è finito in carcere e con il 41 bis, il carcere duro, dopo una montagna di condanne. Ma il fratello, Francesco, a cui sono stati sequestrati beni per tre milioni di euro e condannato per mafia, gode della stima del sindaco democrat, Marcello Coffrini. Figlio d’arte (il padre fu sindaco del Pci), avvocato, «la mafia a Brescello non esiste», disse a una tv di ragazzi creando un putiferio. E, ieri, rincarava la dose al Resto del Carlino: «Io non mi dimetto, sì qui c’è la ’ndrangheta, ma come da altre parti, la giunta non c’entra, io neppure, ma non mi stupirei se il comune venisse sciolto per mafia»... Sempre con la stessa sicumera e ugual amore dei calembours, per Coffrini il Giovane, il Grande Aracri (Francesco) è «un uomo gentile, tranquillo, composto». Peccato che la Dda di Bologna lo definisca, invece, «elemento di spicco della cosca». Leghisti e grillini guidano un’opposizione serrata a Coffrini e ne chiedono, da anni, le dimissioni. Ma il sindaco si è pure auto-promosso una marcia a suo sostegno, con strani personaggi al seguito, alcuni originari di Cutro e dintorni.

LA presidente (Bindi) e il vicepresidente (Fava) della commissione Antimafia hanno chiesto apertamente le dimissioni di Coffrini, arrivando ad appellarsi a Mattarella. E il Pd? I pentastellati accusano: maggioranza consiliare, direzione provinciale di Reggio e sindaci vicini (tranne il coraggioso Enrico Bini, sindaco di Castelnuovo Monti, che ha chiesto le dimissioni del collega) «lo hanno salvato più volte». I deputati dem in Antimafia, in realtà, ne hanno chiesto le dimissioni, come ricorda Stefano Mirabelli. Ma il Pd locale ha fatto orecchie da mercante, trincerandosi dietro il leit-motiv «se non si dimette di sua sponte o non c’è una mozione di sfiducia, non possiamo farci nulla».

E pur rivendicando «protocolli antimafia» e «cultura della legalità», la (debole) linea di difesa dei dem reggiani (e nazionali) resta la stessa: «Aspettiamo che la commissione prefettizia faccia chiarezza, a Brescello». Paese che, poveri don Camillo e Peppone, schietti e fieri, non merita tali ipocrisie o pavidità.