Il senatore Matteo Renzi (ImagoE)
Il senatore Matteo Renzi (ImagoE)

Roma, 3 novembre 2018 - "Il governo non durerà a lungo, torneranno i tecnici. Tecnici che ho combattuto anche io per ristabilire il primato della politica". Matteo Renzi, ex segretario del Pd ora senatore dem, fa questa profezia a Bruno Vespa che lo intervista nel suo ultimo libro ‘Rivoluzione’. Ma oltre a presagire "un quarantotto" per mano dei giallo-verdi, Renzi ricostruisce anche quello che è successo dopo il 4 marzo, elezioni dove il Pd ha raggiunto il minimo storico scendendo sotto un già poco rassicurante 20%. L’ex segretario Pd racconta di fuoco amico, grandi manovre, trattative e tentativi di alleanze.  Al centro della ricostruzione di quei giorni matti e disperatissimi c’è la mattina del 5 marzo quando suona il cellulare di Renzi. All’altro capo c’è Dario Franceschini, potente ex ministro della Cultura, nonché capo della corrente più numerosa dei democratici 'Area dem' che controllava la truppa parlamentare.    

La telefonata. "Quando la mattina del 5 marzo mi chiamò Franceschini per dirmi in modo sbrigativo che dovevo andarmene, capii che c’era una parte del Pd che fin dalla notte elettorale immaginava che noi dovessimo metterci d’accordo con i 5 stelle. C’era un’ala della vecchia sinistra democristiana – racconta Renzi a Vespa – che voleva romanizzare i barbari". Ricordando i suoi incontri con gli emissari del movimento, l’ex leader Pd racconta di "un  dialogo molto civile. Volevano un accordo che partisse da Di Maio premier. Non mettevano veti, anzi si auguravano che portassi la mia esperienza in Italia o all’estero. Manco morto, risposi, io non ci sono, noi non ci siamo". 

Contatti Martina-Fico. Nella ricostruzione renziana si parla di  una comunione d’intenti tra Maurizio Martina, segretario Pd, e Roberto Fico, capo dell’ala sinistra dei 5 Stelle. "Appena vidi che si stava stabilendo un’intesa tra Martina e Fico – ricorda  l’ex premier –  mi accorsi che si era creato un sistema. La strategia era molto chiara: mettevano la pallina dell’accordo su un piano inclinato, non rendendosi conto che nella base del Pd nessuno voleva l’intesa e speravano che fosse troppo tardi per dire no. Questa scelta sarebbe stata una follia e l’ufficializzazione del bipolarismo populista: Lega contro 5 Stelle e noi a fare i portatori d’acqua". 

Il fuoco amico. Ma colui che portò il Pd al famoso 40% alle Europee, salvo poi capitolare al 18,7 alle Politiche, si toglie anche quelli che si dice 'sassolini dalla scarpa': "Il fuoco amico più che i 5 Stelle ha sconfitto il Pd. Chi  mi ha fatto la guerra sono stati i miei, sempre. Di Maio e Salvini hanno potuto muoversi in totale libertà e autonomia. Io non ho ricevuto alcun sostegno. È  una cosa sconvolgente". Rabbia, insomma. Ma nelle parole di Renzi c’è anche la voglia di ricominciare. Dopo una Leopolda di successo, il senatore di Rignano lancia i comitati civici per "completare la rottamazione rimasta a metà strada". Ciò non significa, però, uscire dal Pd per costruirsi un suo partitino (che secondo alcuni sondaggi potrebbe valere intorno al 10 per cento)  ma una "cosa più ampia" del partito democratico. 

Parte il congresso. Nell’attesa di capire la ‘cosa’ di Renzi, per il Pd è tempo di congresso. Il 17 novembre ci sarà l’Assemblea Pd che darà le ‘carte’ del congresso ed entro martedì l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti scioglierà la riserva sulla sua corsa alla segreteria. Le voci che si rincorrono è che, per neutralizzare Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, e candidato forte della sinistra del partito (con la simpatia di Leu) la compagine renziana schiererà Minniti alleandosi con Maurizio Martina (sostenuto da un’altra parte di renziani come il presidente  Orfini)  che, per l’occasione, potrebbe scendere in campo. Retroscena, certo. Ma è anche vero che il segretario uscente non ha ancora sciolto la riserva. Nel caso lo facesse e corresse alle primarie, lo scenario del 'ribaltone' in Assemblea potrebbe verificarsi. Secondo lo statuto Pd, infatti, se nessun candidato alle primarie raggiunge il 51% dei voti, gli tocca passare dall’Assemblea Pd che, notoriamente, è a maggioranza renziana. Morale: Zingaretti sarebbe ‘neutralizzato’ a favore di Minniti in ticket con Martina. Vero, falso, chissà.