Il segretario del Pd, Enrico Letta (Ansa)
Il segretario del Pd, Enrico Letta (Ansa)

Uno, due, tre. Segretario eletto domenica scorsa, e siamo già a giovedì con la squadra al completo. Mai si era visto un insediamento così rapido, una presa di possesso tanto veloce. Enrico Letta ha compreso il momento di difficoltà in cui versa il Pd, ha capito che il vuoto di potere di fatto non era più prolungabile (lo stillicidio che ha colpito Zingaretti andava avanti da molto tempo) e ha quindi preso il toro per le corna. Prima i due vicesegetari a sorpresa, Tinagli e Provenzano, adesso la segreteria.

Va detto che la segreteria è ormai un organismo il cui valore si pesa soprattutto all’interno delle dinamiche di un partito, e se dovessimo pronunciare i nomi di due o tre della scorsa segreteria, quella di Zingaretti, non ci riusciremmo pur essendo addetti ai lavori. Nella politica moderna conta più un’apparizione a 'Porta a porta' che un posto nella nomenklatura interna. Per la segreteria di Letta sarà probabilmente lo stesso, ma le nomine offrono ugualmente la possibilità di valutare i primi passi del segretario. E i primi passi sono quelli che lui aveva promesso domenica, passione e cacciavite. Passione come innovazione, spirito che rigenera, e da qui la scelta di nominare due vice al di fuori del mondo delle correnti, o per lo meno non in accordo con loro, gente con una solida preparazione culturale, con un passo internazionale (specie Tinagli), che rispecchiano le varie anime del Pd (Tinagli più liberal, Provenzano più a sinistra) ma non le loro degenerazioni sottogoverniste, appunto le correnti. Gente che in fondo assomiglia a Letta stesso. E questa è la passione.

Poi c’è il cacciavite, che è la gestione ordinaria di un partito, perché un partito va anche gestito come una qualsiasi organizzazione umana, e quindi ecco una segreteria più attenta agli equilibri interni, in cui accanto ad alcuni colpi a effetto (uno su tutti, Berruto per lo sport) c’è un sapiente mix di presenze espressa da Areadem, Base riformista, orlandiani, zingarettiani etc. Niente di male, non poteva non essere così. D’altra parte il segretario deve pure poter campare, e sa che il modo migliore per aver ragione di un animale selvaggio come il Pd è prenderlo per il suo verso. L’unanimità di domenica non conta infatti niente, non è segno di fedeltà o adesione al suo progetto, come le prime bizze su Gualtieri a Roma hanno dimostrato.