Roma, 28 gennaio 2018 - Le liste ufficiali? Ve le presentiamo alle sette di sera. No, slitta tutto alle 19.45, quando parlerà Matteo Renzi. No, un momento. Ancora qualche minuto. Poi, finalmente, alle 20.15 si comincia. Al di là delle polemiche, ovviamente, fondamentale è il ‘dove’. E qui ci sono le prime grane. Gianni Cuperlo, uno dei leader della cosiddetta minoranza interna (che, di fatto, non esiste più), rifiuta, a microfoni aperti, il collegio di Sassuolo: «Nessuno – scandisce – lo aveva anticipato ai militanti di lassù. Arrivare senza che quella comunità di compagni e amici abbia potuto esprimersi su chi può rappresentarli al meglio non aiuta». Al suo posto, colpo di scena, il ministro della coesione sociale Claudio De Vincenti, rientrato in extremis nelle liste del Pd. Cuperlo sarebbe invece disponibile nella sua ‘terra d’adozione’, cioè Roma.

Altro problema si presenta per Roberto Giachetti. Niente Roma, territorio di appartenenza, ma uno storico insediamento della sinistra: Sesto Fiorentino (dove peraltro, il Pd ha preso qualche schiaffone a favore della ‘sinistra-sinistra’ negli ultimi tempi). Lui accetta la sfida, ma, ragiona un antico colonnello dalemiano di quelle parti, per «Roberto sarà difficile e oltretutto è tifoso della Roma...». Nel Mugello correrà Filippo Sensi, portavoce di Renzi e poi di Gentiloni a Palazzo Chigi. Di grana in grana, il Pd deve anche registrare il gran rifiuto di un intellettuale di peso: Peppe Provenzano. Il numero due dello Svimez (l’associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno) non correrà nel plurinominale di Agrigento-Caltanissetta. Era stato inserito al secondo posto (discretamente sicuro). Ma lo studioso ha un moto d’orgoglio: «In Direzione Pd, dopo una giornata gestita in modo vergognoso dai suoi vertici, ho appreso di essere stato inserito nelle liste dopo Daniela Cardinale, figlia di Totò (potentissima figura della Trinacria, cinque volte deputato, ministro col centrosinistra, ndr). Non credevo che, nel 2018, ci si dovesse mobilitare ancora per l’abolizione dell’ereditarietà delle cariche pubbliche». 

Altro segnale è la mancata candidatura di Marco Meloni, l’unico seguace di Enrico Letta rimasto in Parlamento. Oppure dell’ecodem Ermete Realacci, per non parlare di Luigi Manconi – noto soprattutto per le sue battaglie sullo Ius soli –, Rosario Crocetta (ex governatore siciliano da tempo in rotta col Pd), Francesco Garofani, fedelissimo del presidente Sergio Mattarella, Enzo Amendola, vicino a Giorgio Napolitano. Niente da fare anche per un simbolo dell’antimafia, il siciliano Beppe Lumia, e per Paolo Gandolfi, promotore della Legge sulla mobilità ciclistica. Registrato che due esponenti storici della ‘trafila’ Pci-Pds-Ds-Pd – Ugo Sposetti e Vannino Chiti – hanno preferito lasciar perdere di loro volontà, da notare come Giorgio Tonini ed Enrico Morando (i ‘liberal’) siano stati depennati dalle liste. Correrà a Trieste all’uninominale Riccardo Illy, ma senza paracadute.

Andrea Orlando, leader della minoranza interna, si sogna la ‘sua’ Liguria – è della Spezia – perché collocato in Emilia. Quella stessa Emilia che dà l’occasione, specie a Leu, di notare come l’ex berlusconiano Pizzolante sia candidato a Rimini, l’ex alfaniana Lorenzin a Modena, con Casini a Bologna. Una Bologna a nervi tesi per l’esclusione del senatore Sergio Lo Giudice, storico leader di Arcigay. Nel capoluogo la sorpresa è Francesco Critelli, segretario Pd della città, nell’uninominale.

Il capitolo conferme, invece, trova Cesare Damiano (Terni, uninominale alla Camera); Valeria Fedeli, titolare del dicastero dell’Istruzione (Pisa, Senato); Beppe Fioroni (Viterbo, Senato); Maria Elena Boschi (Camera, Bolzano e Taormina); Marco Minniti (uninominale a Pesaro); Matteo Orfini (Roma 2, plurinominale); Marianna Madia (plurinominale a Roma anche lei e nel proporzionale alla Camera 1 Imperia-Savona-Sestri) e, soprattutto, Teresa Bellanova. La quale, candidata per Palazzo Madama a Nardò, nel Salento, avrà il compito (non facile) di duellare con Massimo D’Alema, il nemico per eccellenza per Matteo Renzi. Che, nella conferenza stampa, dice: «Lo chiamate ‘il collegio di D’Alema’. Speriamo che poi, il 5 marzo, si chiami ‘il collegio di Bellanova’». Per la cronaca, Bellanova era una sindacalista. Dalemiana.