ANDREA CANGINI

ANCORA una volta a Bruxelles col cappello in mano. Ancora una volta ad incrociare le dita nella speranza ci venga fatta la grazia. L’ultima volta è andata male. A fine ottobre la Commissione europea ci ha imposto di correggere la manovra finanziaria per ben 4 miliardi e mezzo. Renzi e compagni hanno fatto buon viso minimizzando il problema, ma la botta c’è stata ed è stata molto più forte di quanto lo stesso ministro dell’Economia avesse previsto. Per giunta, non è finita. C’è infatti la concreta possibilità che il 24 novembre quel grande falco del commissario agli Affari monetari Jyrki Katainen ci chieda di mettere nuovamente mano al portafogli. Circolano le voci più disparate, ma poiché la Commissione ha calcolato che la manovra non avrà l’effetto dovuto sul deficit strutturale è altamente probabile che l’Italia venga richiamata all’ordine. E, nel caso, dovremo bruciare sull’altare dei trattati europei risorse destinate ai cittadini. Il tema odierno è invece quello del Patto di stabilità interno, ovvero il vincolo di spesa imposto a Regioni ed enti locali per evitare che il governo centrale deroghi ai diktat del Patto di stabilità esterno. Cioè al rispetto del famigerato 3% tra deficit e Pil.

NE RISULTA un paradosso noto: regioni e comuni hanno soldi che non possono spendere, ad esempio, per risanare il proprio territorio scongiurando così lo sfascio cui stiamo assistendo impotenti in questi giorni di pioggia. Ieri, il sottosegretario Delrio ha assicurato che quei fondi verranno sbloccati. Bene, ma non basta. Se non vuole incappare nella tagliola di Bruxelles, il governo ha bisogno di spendere al di fuori del Patto di stabilità esterno quei circa due miliardi con cui ha cofinanziato i fondi europei destinati al risanamento del territorio. Oggi, Delrio sarà a Bruxelles per perorare la causa. Inizierà così un braccio di ferro e semmai l’Italia dovesse perderlo le forze politiche che vorrebbero mandare l’Europa a gambe per aria avranno nuovi e significativi argomenti per la loro campagna. Sembra però che le istituzioni europee non avvertano il problema. Tempo fa, Romano Prodi definì «stupidi» i parametri imposti agli stati membri col Trattato di Maastricht nel ‘92 e mai adattati al mutare del contesto economico nei 22 anni successivi. Se nulla cambierà, sarà opportuno utilizzare quell’aggettivo non più solo per i parametri ma anche per gli uomini che oggi a Bruxelles ne impongono, ottusamente, il pedissequo rispetto.