Luigi Di Maio, Sergio Mattarella (LaPresse)
Luigi Di Maio, Sergio Mattarella (LaPresse)

Roma, 9 marzo 2018 - L'altro presidente, Giorgio Napolitano, lo dice fuori dai denti: «La crisi è difficilissima». Il doppio successo di Movimento 5 Stelle e Lega rende intricato il nodo, complicando il percorso verso la soluzione apparentemente più semplice: il governo delle due forze insieme. Così si procede a tappe.

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LO SFONDAMENTO A SINISTRA - La mossa di apertura è nota: Di Maio e Salvini stanno cercando voti nell’unico campo possibile, quello del Pd. Il candidato grillino ha già contattato alcuni parlamentari democratici, scavalcando Renzi che si è irritato. Pure il leader del Carroccio punta a trattare con i singoli: «Chiederemo sostegno sui punti in Parlamento». È praticamente impossibile che uno dei due conduca in porto l’operazione: non si può pretendere dal Pd di donare solo il sangue. «Facciano loro due il governo», taglia corto Rosato.

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PASSO DI LATO - Chiusa quella strada, può darsi che uno dei protagonisti accetti di farsi da parte, magari per ricoprire posizioni importanti nel governo come quella di ministro degli Esteri, ma non quella di capo che dovrebbe andare a qualche figura più ‘potabile’ per il Nazareno. Sono ipotesi di cui si comincia a parlare non solo con riferimento ai 5 Stelle ma anche al centrodestra cui, rispetto ai rivali, basterebbe solo l’astensione dei democratici per far nascere il governo. Chi conosce M5S racconta che difficilmente Di Maio dirà sì, consapevole che alcuni grillini accetterebbero l’intesa con il Pd solo se alla guida del governo ci fosse un pentastellato. Per quanto riguarda Salvini appare ancora più improbabile. Berlusconi si sbraccia, dice che farà «di tutto per uscire dallo stallo e andare a un nuovo governo, e raccogliere un consenso adeguato in Parlamento per evitare le elezioni». Per avere voti lavora ai fianchi i democratici, pronto a sacrificare il leader leghista per far partire l’esecutivo. Figuriamoci se Matteo accetta: già guarda con sospetto tutti quelli intorno a lui, da Giorgetti a Zaia, che potrebbero soffiargli la presidenza del consiglio. Se il Cavaliere teme il ritorno alle urne, per Salvini è la seconda ‘best option’ .

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LARGHISSIME INTESE - Ecco perché il governo di scopo appare ai più la soluzione finale. Il Quirinale sceglie una riserva della repubblica, un ‘saggio’: lo incarica di formare un governo e andare in Parlamento a chiedere un sostegno tecnico, senza implicazioni politiche, per rifare la legge elettorale e approvare la finanziaria. Sarà difficile sottrarsi a una richiesta così pressante, specie se ci saranno i mercati in subbuglio. Nel quale caso questa sarebbe la soluzione finale. Una via d’uscita che, con tutta evidenza non andrebbe male alla Lega, che visto che garantisce un rapido ritorno alle urne. «Pronti a un governo di scopo per fare la legge elettorale e poi votare», dice Giorgetti.

NUOVE ELEZIONI - Arma fine di mondo. Viceversa, se qualcuno si ribellasse, si arriverebbe all’ipotesi definitiva: le elezioni. Mattarella non le vuole, teme che si arrivi a una fotocopia dell’attuale risultato, nel quale caso tutto si avviterebbe. Se però prevalessero gli egoismi, i calcolucci di parte, il capo dello Stato sarebbe costretto, suo malgrado, a sciogliere le Camere per votare in autunno. Prima dell’estate sarebbe impossibile: tra consultazioni e adempimenti di rito, mancano i tempi tecnici. L’unica cosa certa è che Gentiloni non potrà durare in eterno. Tenere a lungo un governo senza fiducia, guidato da un esponente del partito bocciato sonoramente domenica sarebbe una una sfida agli elettori. E chi conosce Mattarella ha la certezza che questo non lo farà.