Il candidato premier del M5s Luigi Di Maio, posa per una foto con un simpatizzante (Ansa)
Il candidato premier del M5s Luigi Di Maio, posa per una foto con un simpatizzante (Ansa)

Roma, 17 marzo 2018 - L'obiettivo prioritario è portare a casa una riforma ‘importante’ da trasformare in bandiera di propaganda in caso di elezioni a breve, non a ottobre prossimo ma casomai nel 2019, in contemporanea con le Europee.

La trattativa langue, ma Luigi Di Maio non perde di vista l’interesse politico del Movimento 5 Stelle rispetto al proprio elettorato: «Il prossimo obiettivo è abolire i vitalizi», insiste. Ancora una volta, però, quel traguardo potrebbe allontanarsi a un passo dalla meta. Di Maio, infatti, non nasconde le difficoltà. «In questi giorni ci vedete impegnati in un dialogo non semplice per proporre i presidenti del Senato e della Camera».

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Ma dietro la partita presidenze c’è quella, più decisiva, per il governo: e le parole del leader del Movimento si riferiscono anche e soprattutto a quella. Da qui, la tentazione di candidarsi direttamente lui alla guida di Montecitorio in attesa dei passaggi successivi. Un’ipotesi messa in giro dai dem, ma smentita dai 5 Stelle: anche se non è da escludere.

I capigruppo Giulia Grillo e Danilo Toninelli sottolineano la volontà di «slegare dalla questione del governo» l’elezione dei presidenti delle Camere.

Una volontà, hanno rimarcato, che vede «l’apertura di Pd e Lega», ma finora rimasta solo sulla carta. Non a caso gli incontri sono stati definiti da tutti i protagonisti come «interlocutori».

Manca, a giudizio delle forze politiche, una proposta ‘organica’ del Movimento, un passo avanti di Di Maio che guardi anche oltre la contingenza del momento (i presidenti) e le sue esigenze politiche rispetto al proprio bacino elettorale. Senza questo ‘passo in avanti’, difficilmente la trattativa potrà sbloccarsi.

Certo, la prossima settimana Giulia Grillo e Danilo Toninelli tenteranno un nuovo round, soprattutto in campo Pd dove ieri l’ex capogruppo Ettore Rosato non ha escluso l’ok del partito a un presidente M5S («Sono convinto che Di Maio si voglia candidare lui alla presidenza della Camera e non c’è preclusione a votare nomi proposti da chi ha vinto le elezioni se sono all’altezza del ruolo»), ma intanto si naviga a vista. La capogruppo Giulia Grillo replica ai dem, piccata: «Il Pd continua ad ignorare il voto degli italiani e a ragionare con logiche di palazzo. Di Maio ha avuto oltre il 32% dei voti come candidato premier...».

Per altro, ieri il segretario reggente, Maurizio Martina, ha fatto capire l’aria che tira, annunciando che il primo provvedimento firmato Pd ad inizio legislatura sarà quello per «l’assegno universale per le famiglie con figli», una controproposta concreta a quel reddito di cittadinanza, legge bandiera dei 5 stelle, da più parti considerato inattuabile. E, sempre in risposta a Di Maio che ha confermato «attenzione alle opposizioni», Martina ha poi ricordato che «Di Maio è stato eletto vice presidente con i voti del Pd».

PRESIDENTI CAMERA E SENATO, I PAPABILI - Chissà, dunque, che non possa ripetersi, anche se le posizioni sono ancora molto lontane tra il Nazareno e la war room stellata di via Piemonte a Roma, tanto che anche i nomi in lizza per la terza carica dello Stato sono rimasti fossilizzati a ieri. Al di là, infatti, del leghista Giancarlo Giorgetti, voluto da Salvini, i papabili che girano nei corridoi dei Palazzi restano Riccardo Fraccaro, Emilio Carelli e Roberto Fico (outsider Giulia Grillo) per la Camera e Roberto Carderoli, Vito Crimi e Paolo Romani (oltre allo stesso Toninelli) per il Senato.