Agrigento, 27 agosto 2018 - Nella vicenda della nave Diciotti «si è fatta politica sulla pelle di disperati, si è alzata la voce per ottenere dei risultati che poi non sono arrivati». L’Europa continua «a essere la vera assente nella gestione del problema migratorio che è strutturale e non un’emergenza». Come Chiesa, «davanti al grido di dolore di chi soffre, dinnanzi alle condizioni di profondo disagio dei migranti bloccati in porto a Catania, fra loro anche donne più volte stuprate durante il viaggio dai Paesi d’origine, non potevamo non intervenire».

Mastica amaro il presidente della Caritas, l’arcivescovo di Agrigento, cardinale Francesco Montenegro, nel commentare la fine dell’odissea dei 135 immigrati che, dopo dieci giorni sul natante, solo sabato notte sono potuti scendere dal pattugliatore della Guardia costiera che li aveva soccorsi. Decisiva per il tormentato via libera del Viminale allo sbarco la disponibilità della Conferenza episcopale italiana ad accogliere un centinaio di profughi. Per gli altri solo Irlanda e Albania hanno aperto le porte.

Eminenza, dove ospiterete questi immigrati?

«È da quando sono iniziati i flussi migratori, e non da oggi, che la Cei, attraverso la rete della Caritas e della Fondazione Migrantes, si è impegnata nell’accoglienza, favorendo il più possibile corridoi umanitari. Nelle diocesi sin dall’inizio sono stati messi a disposizione 26mila posti letto. Cercheremo di dare dignità anche alle vite di queste persone che sono state escluse, perché costrette a subire scelte che altri devono fare e che politicamente non fanno».

Come ha vissuto il caso della Diciotti?

«Con una certa delusione. Ci lamentavamo per come venivano trattati i nostri immigrati negli Stati Uniti all’inizio del ‘900, quando erano messi in quarantena o rispediti indietro. Dicevamo che non era umano e poi improvvisamente facciamo la stessa cosa, arrivando persino a lasciare in balia delle onde per giorni persone in cerca di riscatto. E solo per fare un braccio di ferro con gli altri Paesi. I fini non giustificano i mezzi. Di questi tempi c’è quasi da augurarsi che gli immigrati siano trattati come degli animali... Se ci pensiamo, qualora abbandoni un cane in autostrada, io posso avere guai con la giustizia, mentre in fondo possiamo anche abbandonare esseri umani in mezzo al mare».

A onor di cronaca, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini è indagato in relazione alla vicenda della Diciotti. Lo trova giusto?

«Non voglio entrare nel merito della vicenda penale. Anzi, credo che in queste situazioni più che la giustizia sia la politica a dover dare delle risposte. Invece, in tema di immigrazione, si continuano a mettere solo delle toppe a un vestito sempre più da Arlecchino».

In quest’ultimo caso la matassa si è sbrogliata grazie al vostro intervento. Era inevitabile?

«L’episcopato ha voluto ancora una volta dare prova della sua attenzione verso chi è povero. Si è risolto un caso, ma la politica ne è uscita sconfitta, non ha vinto nessuno. Il problema di come gestire i flussi resta».

Così come l’assenza dell’Ue.

«Assenza e indifferenza, sommate a un’incapacità di trovare una soluzione comune. Fino a quando tutti i Paesi non si siederanno a tavolino per studiare la situazione degli sbarchi e dei ricollocamenti, in vista di una via d’uscita, ognuno di questi casi umani sarà sempre un grosso punto interrogativo».

Una volta soccorsi e accolti gli immigrati, come si fa a garantire la loro integrazione che è un po’ ciò che preoccupa gli europei?

«Qui c’è da chiarirsi a livello terminologico. Quella che viene chiamata ‘integrazione’ qui in Italia, in verità è ‘tolleranza’. Noi viviamo ancora in quest’ultima fase. Cioè, siamo disposti a sopportare lo straniero, purché faccia il bravo. Altrimenti lo mandiamo fuori. L’integrazione è un’altra cosa, significa cercare ciò che unisce per compiere un cammino insieme. Non si punta a rendere l’altro uguale a noi».

Secondo alcuni sondaggi, più del 70 per cento dei cattolici sposa la linea dura del ministro dell’Interno, Salvini. Sono numeri che la preoccupano?

«Di per sé diffido abbastanza dai sondaggi che non sempre rispecchiano la realtà. Tuttavia, credo che colgano un certo sentimento della popolazione, pertanto, se queste sono le cifre, è preoccupante. La Chiesa deve riflettere su ciò, d’altronde l’immigrazione è sempre stata una sfida per il popolo di Dio così come per la società».