Matteo Renzi lo aveva invitato a fare una scelta e il premier Giuseppe Conte ha risposto. Aprendo, di fatto, a un rimpasto. Ma rivendicando anche di lavorare "in operoso silenzio" e dichiarando "imprescindibile" il rafforzamento della coesione della maggioranza e, quindi, "la solidità della squadra di governo". Conte, insomma, offre questo a Renzi: un’intesa sul Recovery plan e un cambio di ministri ’mirato’, senza passare prima da sue dimissioni. Se Iv alzerà troppo l’asticella, è l’opinione unanime nella maggioranza, resta l’ipotesi di un redde rationem in Senato, con un voto di fiducia. "Aspettiamo le carte del Recovery e risposte su tutti gli altri temi posti, dal Mes ai Servizi, della giustizia alle riforme", dicono da Iv. Si ipotizza, quindi, per il Pd, un vicepremier come...

Matteo Renzi lo aveva invitato a fare una scelta e il premier Giuseppe Conte ha risposto. Aprendo, di fatto, a un rimpasto. Ma rivendicando anche di lavorare "in operoso silenzio" e dichiarando "imprescindibile" il rafforzamento della coesione della maggioranza e, quindi, "la solidità della squadra di governo". Conte, insomma, offre questo a Renzi: un’intesa sul Recovery plan e un cambio di ministri ’mirato’, senza passare prima da sue dimissioni. Se Iv alzerà troppo l’asticella, è l’opinione unanime nella maggioranza, resta l’ipotesi di un redde rationem in Senato, con un voto di fiducia. "Aspettiamo le carte del Recovery e risposte su tutti gli altri temi posti, dal Mes ai Servizi, della giustizia alle riforme", dicono da Iv. Si ipotizza, quindi, per il Pd, un vicepremier come Andrea Orlando e il Viminale per Lorenzo Guerini, con il renziano Ettore Rosato alla Difesa, Stefano Patuanelli che passa alle Infrastrutture, un altro ministro M5s allo Sviluppo economico e il Lavoro che passa a una ministra Pd. Italia Viva fa melina: "Prima i contenuti, poi le formule", scrive Renzi ai suoi. "Se Conte pensa – dice un dirigente Iv – di aver chiuso la verifica di governo con un post su Fb, non ha capito nulla. Siamo appena all’inizio".

Le parole di ieri di Conte, dunque, sono arrivate nel giorno in cui il premier ha incassato non solo la difesa del Pd (con il segretario, Nicola Zingaretti, e il suo vice, Andrea Orlando), ma anche quello del suo ‘sponsor’ di sempre, Beppe Grillo. Che, per fargli scudo, ha pure scomodato Cicerone e le sue Catilinariae, la congiura, ("usque tandem patientiae nostra… e per quanto tempo ancora la tua pazzia si farà beffe di noi? A che limiti si spingerà la tua temerarietà che ha rotto i freni?", ndr) parlando a Renzi che giusto lunedì aveva messo in discussione la permanenza "dell’avvocato" a Palazzo Chigi ("vedremo poi se sarà lui il premier o no").

Conte, dunque, è passato al contrattacco. Dicendo – in sostanza – che Renzi sta mettendo in pericolo "sfide imponenti, molto impegnative" e il leader di Iv gli ha risposto, in apparenza rialzando la palla, ma nella sostanza dicendosi disposto a sedersi al tavolo ("non esistono governi di scopo, ma governi che devono lavorare. C’e’ un governo che deve lavorare, lo faccia, altrimenti toccherà ad altri"); la nuova stesura del Recovery Plan, allo stato, sembra aver disinnescato il peggio. Diceva, infatti, ieri sera Renzi con i suoi, nella chat interna: "Abbiamo 24 ore per organizzare un incontro con il ministro" Gualtieri "se Iv non avesse fatto ciò che abbiamo fatto a dicembre, avrebbero approvato un documento molto diverso". Non a caso, diceva ieri anche una qualificata fonte renziana, "per il momento non si arretra di un solo centimetro".

La road map prevederebbe ora l’invio nelle prossime ore della bozza del nuovo Recovery ai partiti, un nuovo confronto nelle successive 24 ore con Gualtieri, poi una riunione di sintesi di Conte con i capi delegazione e un cdm dove mettere alla prova la tenuta dell’accordo, vista la minaccia sul tavolo di dimissioni delle ministre renziane. Se lo schema reggerà, si potrà avviare, poi, un confronto con Parlamento e parti sociali: si userà il tempo necessario per poi "accelerare" e "correre insieme". Il tentativo, osservava un ministro vicino al M5s, è stanare Renzi, metterlo alla prova sui contenuti, lasciargli il cerino (e la responsabilità) di un’eventuale crisi. Se così non fosse, sarebbe pronto quello che il leader di Iv chiama lo schema "Grillo-Travaglio": la sfida in Aula al Senato, dove potrebbe coagularsi un gruppo di "responsabili". Una strategia che, per Renzi, sarebbe già fallita.

Giudizio "ardito" per molti, a partire da Massimo D’Alema che ieri ha lanciato un suo tipico ‘assist’ a Conte in chiave ovviamente anti-renziana: "Non credo che possa passare per la mente di nessuno l’idea di mandare via da Palazzo Chigi l’uomo più popolare del Paese per fare un favore a quello più’ impopolare".