Emanuele Macaluso (Imagoeconomica)
Emanuele Macaluso (Imagoeconomica)

Roma, 19 gennaio 2021 - Politico, giornalista, sindacalista, scrittore, polemista. Di sinistra. Senza se e senza ma. Proprio lo scorso mese, a metà novembre, aveva dichiarato: “Essere di sinistra ha avuto un senso perché ha migliorato la vita a milioni e milioni di persone. Ne è valsa la pena”. Parole nette. Ma, proprio nel giorno in cui Emanuele Macaluso ci ha lasciati, ci piace sottolineare come queste cose (la sinistra, il senso della vita politica, la militanza appassionata) non fosse frutto solo di interviste ai giornali (di cui era ancor'oggi ghiottissimo divoratore: “Che festa leggere la mattina dopo un'ora di camminate sul Lungotevere”, ci disse una volta), ma anche di post sui social.

Proprio così: il quasi centenario dirigente comunista usava la Rete come fosse un giovanotto di belle speranze (lui, che aveva rischiato di non superare la giovinezza per aver contratto la tubercolosi a 16 anni), senza falsi snobismi e con la cognizione di come online corressero le idee. E dire che di idee e di azione la vita di Macaluso era stata piena. Dopo gli studi a Caltanissetta (dov'era nato il 21 marzo 1924) all'istituto minerario Sebastiano Motta, il futuro dirigente si era iscritto, ancora in pieno fascismo, al Partito comunista d'Italia. Correva l'anno 1941, tutta l'opposizione era, ovviamente, clandestina. Prendere la tessera di un partito non era roba da poco, si rischiava la vita. Specie se comunisti, ancora partito di quadri, tenacemente impegnato nella lotta contro Sua Eccellenza il Cavalier Benito Mussolini, ma pur sempre élite, avanguardia rivoluzionaria che voleva liberare l'Italia ma anche “fare come in Russia”.

Dopo la guerra, di pari passo con “il Partito”, ci fu il sindacato. Macaluso era il leader regionale della sua Sicilia dal 1947 al 1956 della Cgil, sia di quella unitaria che di quella di orientamento comunista dopo la formazione della Cisl e della Uil. Proprio il primo maggio del 2019, Macaluso, coppola d'ordinanza in testa, parlò a Portella della Ginestra, laddove si consumò, nel 1947 la strage di lavoratori a opera del bandito Salvatore Giuliano, della mafia (da cui ebbe sempre noie più o meno esplicite) e di settori deviati (o presunti tali) della nascente Repubblica Italiana. Uno snodo fondamentale della storia del nostro Paese che, secondo  gli studiosi più avvertiti, è l'inizio di quella strategia della tensione che caratterizzerà quell'Italia con il più grande Partito comunista dell'Occidente. Proprio su questo argomento, senza omettere nulla, Macaluso scrisse un saggio nel 2018 per l'editore Castelvecchi.

E proprio nel maggio 2019, lo storico dirigente aveva individuato i motivi dell'oramai trentennale crisi della sinistra: “La sinistra rischia di non capire più il senso delle lotte. Lotte per i diritti che significano lotte per il lavoro, contro la mafia e per la libertà. Mi sono formato politicamente e come uomo durante le lotte dei braccianti, degli zolfatari, degli operai. E sentivo la responsabilità enorme che ne derivava”.  Perché se c'era una caratteristica in Macaluso era l'assoluta mancanza di retorica, si fosse o meno d'accordo con lui. Era “franco” davvero, nonostante avesse dedicato la vita a quella che può essere considerata la massima arte della mediazione: la politica.

La sua biografia è comunque piena di avvenimenti. Impossibile riportarli tutti. Anche quelli più intimi Come quando finì in prigione per adulterio. Era il 1944. Fu condannato a sei mesi. Ma non finì lì perché, dieci anni dopo, fu denunciato ancora per una complicata storia di figli e il rischio di beccarsi ben otto anni pare oggi incredibile, ma allora era tremendamente vero. Giorgio Amendola, altro leggendario dirigente comunista, decise di prendere in mano la situazione. Macaluso restò nascosto per mesi in un casolare a Vignola. In Cassazione andò tutto bene, ma Macaluso rammentava ancora con trepidazione, decenni dopo, quel periodo terribile.

Parlamentare dal 1963 al 1992 (due volte deputato, quattro senatore), direttore dell'Unità, organo del Partito comunista italiano, aveva aderito al Pds dopo la fine del Pci. Un'adesione convinta per un uomo che era stato annoverato, assieme al fraterno amico Giorgio Napolitano, tra i cosiddetti “miglioristi”, ovvero l'ala riformista, la “destra” comunista che voleva l'alternativa di sinistra, che sognava un partito unico e unito, che non vedeva nel Psi un'accozzaglia di ladri, malfattori e puttanieri.

No, mai aderì al Partito democratico, ci scrisse saggi illuminanti (il più bello dei quali con l'amico Paolo Franchi e intitolato Al capolinea. Controstoria del Partito Democratico (edito da Feltrinelli nel 2007). Più volte disse e ci disse che il Pd era qualcosa di indefinito, ma soprattutto mancava di radici socialiste, peccato mortale in chi, come lui, aveva creduto in quella parola come in nessun'altra.

Unanime, ovviamente, il cordoglio della politica e della cultura. Forse perché il confronto con il presente (un presente con leader affannati e partiti talmente liquidi da non capire se ci sono davvero o se rappresentano ologrammi per coprire il deserto delle idee) è impietoso. O forse perché siamo tutti più vecchi e stufi di questi continui balbettii della Storia.