Montezemolo davanti a un treno Italo (Italo)
Montezemolo davanti a un treno Italo (Italo)

Roma, 10 dicembre 2017 - "Nel 2012 erano in tanti a chiedermi di entrare in politica. Anche i sondaggi erano incoraggianti. Non l’ho fatto. E non ho rimpianti, una legislatura dopo...". Nel 2017, Luca Cordero di Montezemolo ha tagliato il traguardo dei settanta. Senza nostalgie di pensione. "Onestamente continuo a sentirmi giovane – sorride l’ex presidente della Ferrari – Anzi, forse ho persino troppe cose da fare. Anche grazie a mio figlio Lupo: ha 7 anni, fa il calciatore, sogno di diventare il suo procuratore!".

In effetti rispetto a Berlusconi è un ragazzino.

«Ho capito: scommetto che sta arrivando la domanda alla Scalfari».

Esatto. Dovendo scegliere, meglio l’eterno Cavaliere o Di Maio?

«Senta, premetto che al paese, in generale, servirebbe una classe dirigente diversa. Dopo di che io considero i Cinque Stelle un pericolo per l’Italia. Non hanno esperienza e non hanno competenza».

Forse lei ce l’ha con la Raggi per il no alla Olimpiade di Roma, avvocato.

«Io non ce l’ho con nessuno, però nella Capitale ci vivo e vorrei fosse amministrata meglio. Quanto alle Olimpiadi, rifiutarle è stato un atto di pura demagogia, una grande occasione perduta».

Insomma, ha ragione Scalfari.

«Ha ragione chi pensa che l’Italia abbia diritto ad una politica all’altezza della modernità».

Intanto lei pensa ai binari.

«Ah, Italo è il mio orgoglio di settantenne».

Il treno come metafora.

«Guardi, quando siamo partiti sembrava una follia. Andare a sfidare il monopolio delle Ferrovie dello Stato!»

Ad un certo punto sembravate matti e morti: vi davano per falliti, o quasi.

«Beh, alle FS c’era Moretti che ha fatto di tutto per soffocarci nella culla. Debbo ringraziare Prodi e Bersani, allora al governo, che hanno capito che da Italo sarebbe venuto uno straordinario esempio di liberalizzazione del servizio. Con noi sono diminuiti i prezzi, del quaranta per cento. La concorrenza pubblica è stata obbligata a migliorare la sua qualità, a beneficio del consumatore. E determinante è stata la nascita della Autorità per i trasporti, che finalmente ha introdotto equità di trattamento tra i competitors».

Beh, pare che ogni tanto a sinistra facessero qualcosa di buono.

«La nostra è una operazione imprenditoriale pura. Io, Diego Della Valle, Isabella Seragnoli, Gianni Punzo e Alberto Bombassei, insieme a Banca Intesa e a Generali, ci siamo lanciati in questa avventura senza paracadute! Abbiamo investito centinaia di milioni di euro per comprare i treni, per avere le licenze, eccetera».

Una vita da capostazione, caro avvocato.

«Diamo lavoro, indotto compreso, a più di duemila persone. I nostri dipendenti hanno una età media di trentatré anni e sono tutti assunti con contratto a tempo indeterminato».

Sarà contenta la Camusso.

«Italo è una start up che fa scuola. In Europa siamo l’unico vettore privato nel settore dell’alta velocità. A volte in Italia si possono realizzare cose splendide. E nel 2018 andremo in Borsa, me ne sto occupando con l’ad Cattaneo».

Posso fare l’avvocato del diavolo?

«Prego».

Vorrei passare dai binari ai cieli. Lei è stato presidente di Alitalia e non è finita bene, per usare un eufemismo.

«Avevo quel ruolo perché, su sollecitazione delle istituzioni, avevo convinto gli arabi di Etihad a investire nel progetto di rilancio della compagnia di bandiera in un momento drammatico».

Si ma...

«Io non avevo poteri operativi. E sono successe tre cose. La prima: il socio di Abu Dhabi voleva gestire l’azienda da lontano, un errore grave. La seconda: in Italia sono state attuate misure spropositatamente favorevoli al low cost, tipo Ryanair, in una misura esagerata, senza paragoni nel resto d’Europa. La terza: i dipendenti di fatto si sono auto licenziati, bocciando l’unico accordo che avrebbe salvato Alitalia».

Morale della brutta favola?

«Me ne sono andato quando mi sono reso conto che non c’erano le condizioni per uno sviluppo sano».

Ma di Alitalia cosa resterà?

«Da sola non può reggere. Però resto convinto che il nostro paese non possa rinunciare alla sua compagnia di bandiera, naturalmente sorretta da un alleato forte. E i commissari liquidatori stanno facendo un ottimo lavoro».

Parlando di Alitalia, per forza salta fuori il nome di Renzi.

«Al netto dei suoi difetti, è un giovane uomo coraggioso, che in una certa fase storica ha restituito speranza al nostro paese. Ma non ha capito che in Italia bisogna unire, non dividere. Poi, vede, quando io ero il presidente della Ferrari attorno a me ho chiamato i migliori. Jean Todt, Ross Brawn, soprattutto Michael Schumacher».

Invece Renzi...

«Non ha capito che un leader deve circondarsi di gente più brava di lui. Se io avessi nominato Della Valle capo del reparto corse, solo perché è amico mio e fa le più belle scarpe del mondo, beh,non avremmo mai vinto».

A chi sta pensando? Boschi, Lotti o altri?

«Mi limito a pensare, senza personalizzare, che Renzi ha fatto quell’errore lì e inoltre dopo il disastro nel referendum doveva andarsene all’estero per due anni, a studiare e a riflettere. Non l’ha fatto e ha sbagliato».

Visto che ha citato la Ferrari, mi dica come la vive da vedovo della Rossa.

«Resto il primo tifoso, la Ferrari è la mia vita. Mi manca Maranello, mi manca l’Emilia, mi mancano la mia terra e la mia gente».

E cosa ha provato quando Sergio Marchionne non l’ha invitata alle celebrazioni per i 70 anni dell’azienda?

«Chi è geloso del passato, sapendo di non poterlo cambiare, ha una vita triste».