Il ministro dell'Interno Marco Minniti (Imagoeconomica)
Il ministro dell'Interno Marco Minniti (Imagoeconomica)

Roma, 12 aprile 2017 - SE IL COMPITO del ministro dell’Interno è quello di governare il caos incanalando le forze che si agitano nell’ombra degli arcana imperii, serve spirito cartesiano ma non guasta una visione alchemica. Anche la Cabala, con l’eterno ritorno del numero 12, può essere d’aiuto. Racconta Marco Minniti che il suo battesimo del fuoco nel mondo oscuro dell’intelligence avvenne quando, da sottosegretario alla presidenza del Consiglio con D’Alema premier, dovette sciogliere l’intrigo legato all’arrivo a Roma del terrorista curdo Ocalan: ci riuscì e mai più si liberò da quella stimmate. Da allora, la sicurezza nazionale è il suo destino.

«Era il 12 novembre – ricorda – quando Ocalan sbarcò in Italia, ho giurato da ministro un 12 dicembre e molto probabilmente domani (oggi, ndr), 12 aprile, verranno convertiti in legge i miei decreti su immigrazione e sicurezza urbana». Nella Smorfia 12 è il numero del soldato, e Minniti viene da una famiglia di militari. Nella numerologia cabalistica il 12 simboleggia le prove iniziatiche e l’armonia cosmica, e infatti, ancor più che quello di ministro dell’Interno, a Marco Minniti spetterebbe di diritto il titolo di ministro dell’Armonia: era sottosegretario con Letta, ma, unico tra tanti, fu confermato da Renzi; è renziano, ma gode della stima dei bersaniani; non va mai in televisione né usa i social, ma è il ministro più popolare del governo; sovrintende da sinistra a questioni scivolose come l’immigrazione e la sicurezza, ma viene quotidianamente incensato dai giornali di destra. Imbarazzato? «No, gratificato. Significa che stiamo lavorando bene, e per lavorare bene occorre creare condivisione». 
 
ED È QUESTA la ragione del suo successo. Creare politiche condivise, «perché su sicurezza e immigrazione non basta la forza, ma occorre il concorso attivo di tutti». Schivare le polemiche, «perché un ministro dell’Interno se vuole essere autorevole dev’essere figura terza e istituzionale». Evitare annunci, «perché credo nell’eterogenesi dei fini e quando un politico annuncia qualcosa di solito si realizza il suo contrario». 
 
UOMO COMPASSATO e pragmatico, nel suo studio al Viminale Marco Minniti ricostruisce il cammino della sinistra lungo la strada del realismo. Cammino «iniziato con le dure posizioni assunte dal Pci ai tempi del terrorismo brigatista» e giunto all’odierna consapevolezza che «la sicurezza dei cittadini e il governo dell’immigrazione non sono questioni di destra, ma di sinistra, perché impattano sui ceti sociali più deboli». A sinistra, non tutti l’hanno capito. «Chi lo nega dovrebbe domandarsi perché perdiamo voti soprattutto nelle periferie urbane... ». Argomento razionale, ma non sufficiente. Minniti, infatti, sa bene quanto poco conti la ragione nelle vicende umane e politiche e infatti evita di sciorinare dati. «Le statistiche ci dicono che i reati, tutti i reati, sono in diminuzione, ma la sicurezza non è una statistica, è un sentimento. E il sentimento di insicurezza avvertito dai cittadini non va mai sottovalutato». 
 
OCCORRE condivisione, occorre realismo. «Teorizzare la politica delle porte aperte agli immigrati non ha senso: l’accoglienza ha un limite naturale nella capacità di integrazione. Negarlo significa mettere a rischio le basi della democrazia nel nostro Paese». Per creare le condizioni per l’integrazione, Minniti ha promosso con tutte le associazioni dei musulmani il Patto per l’Islam italiano. Si fonda sul «rispetto della nostra Costituzione» e dunque sul principio che «qualunque sopraffazione venga fatta in nome della religione deve essere considerata intollerabile». Perciò, aggiunge, «è stato giusto togliere la patria potestà ai genitori di quella bambina del bolognese rapata a zero perché rifiutava di portare il velo». Ma giusto è stato anche disporre l’apertura dei centri per i rimpatri (Cpr) per gli immigrati pericolosi in attesa di espulsione. Mille e seicento posti non sono pochi? «No, né si dimostreranno pochi i 135 giorni di detenzione massima previsti: con la Tunisia e altri paesi stiamo lavorando per arrivare a rendere operative le espulsioni nell’arco di massimo un mese». 

La sua priorità, oggi, è assicurare alla Giustizia il killer di Budrio. «Abbiamo messo in atto uno spiegamento di forze senza precedenti, non avrò pace finché non lo avremo catturato». Fosse stato espulso come previsto, non avrebbe ucciso. «È vero, ma per espellere qualcuno occorre identificarlo e occorre che il paese di provenienza lo accolga». Cose che, nel caso di Norbert, alias Igor, con tutta evidenza non sono accadute. Perciò la gente si arma, perciò sarebbe giusto considerare «legittima» ogni difesa del cittadino a casa propria. Ma Minniti riafferma: «La sicurezza in armi dei cittadini deve essere assicurata dallo Stato. Così non fosse, salterebbe il contratto sociale». 
 
NEI GIORNI SCORSI, il ministro dell’Armonia – pardon, dell’Interno – è riuscito a convincere le tribù libiche a siglare un accordo di pace. «Sono arrivati al Viminale con turbanti e tuniche e dopo due giorni ne sono usciti con in mano un’intesa su cui nessuno avrebbe scommesso». Ci servirà a garantire il controllo della frontiera Sud della Libia, oggi permeata dai flussi dei migranti africani. «In Libia il traffico di esseri umani è un’industria che redistribuisce reddito sul territorio, la combatteremo in ossequio al principio per cui la buona moneta scaccia la cattiva». In sostanza, noi e l’Europa investiremo risorse importanti: «Soldi ben spesi». E guai a dire che trattiamo solo col governo tripolino di Sarraj: nei giorni scorsi, osserva il ministro, l’ambasciatore italiano a Tripoli è stato ricevuto con tutti gli onori dal generale Haftar. 
 
«LAVORIAMO per stabilizzare la Libia, ad un nuovo rapporto tra Ovest ed Est. Una stabilizzazione militare è una drammatica illusione. La forza dell’oggi è un’instabilità governata». Realismo, dunque, e ancora realismo. Stiamo finendo di addestrare la Guardia costiera libica, «entro metà maggio» gli forniremo due motovedette e altre due in seguito per poi, alla fine, arrivare a dieci. L’accordo per bloccare i flussi migratori è stato siglato col premier Sarraj il 2 febbraio. Ma i flussi non calano. Caleranno entro l’estate? Dopo aver ammesso di essere «scaramantico», Minniti torna a citare il rischio di eterogenesi dei fini: «Non azzardo previsioni, parlerò dei flussi dalla Libia solo se e quando diminuiranno». Chissà, magari accadrà un 12 del mese...