Matteo Renzi (Ansa)
Matteo Renzi (Ansa)

"Rieccolo!": Indro Montanelli lo diceva di Amintore Fanfani, il democristiano che tornava sempre in pista dopo che l’avevan dato, innumerevoli volte, per sepolto. Oggi Rieccolo è un altro toscanaccio che troppo frettolosamente era stato archiviato fra le meteore della politica, tra le promesse mancate, tra i tanti triturati di questi tempi volatili: Matteo Renzi.
Rieccolo. Martedì scorso al Senato ha parlato da leader. Ma già pochi giorni prima, con un’intervista al Corriere della Sera, aveva ribaltato l’agenda della politica, guastando i piani dell’altro Matteo, ch’era convinto di aver già in tasca le elezioni anticipate. Alla fine del dibattito a palazzo Madama il Matteo leghista ascoltava con le orecchie basse il Matteo fiorentino che così lo ammoniva: "Caro Salvini, so per esperienza che cosa l’aspetta ora. Vedrà rapidamente come la eviteranno quei tanti che, fino a pochi giorni fa, la adulavano".

Renzi sa bene che cosa sia la Caduta. Il Vuoto nel quale non si trovano più gli amici ma si vedono –- e benissimo – i Traditori. Aveva ricordato, nei giorni della Solitudine, la profezia dell’immancabile Andreotti: "Quando nominerai qualcuno a un posto importante, sappi che farai novantanove scontenti e un ingrato", e poco importa che il Divo avesse rubato la citazione a Luigi XIV. Gli ingrati! Quel Gentiloni, ad esempio. Matteo non se ne dà pace. Lui lo aveva ripescato dall’oblio e ne aveva fatto, addirittura, un ministro degli Esteri. Ora Gentiloni è – o sarebbe – il suo principale avversario nel Pd. Questa Renzi non riesce a digerirla. Di un Franceschini, ad esempio, non si stupisce. Sa chi è. E non ha mai creduto che fosse suo amico. Ma di Gentiloni sì, lo aveva creduto. 

La lista dei traditori è lunga. "Anche perché - dicono coloro che ben conoscono Matteo - a lui basta poco per definire qualcuno un traditore. Magari una mezza frase...". Così c’è anche, oltre a una lunga lista di traditori, un’ancor più lunga lista di innocenti.
Per due anni e mezzo Matteo Renzi ha comunque fatto l’esperienza dell’umana ingratitudine e del non essere profeta in patria. Mentre in tutto il mondo lo invitavano a tener conferenze, in Italia lo ignoravano. Fra i principali maramaldi – ça va sans dire – noi giornalisti.  

Prima, con lui a Palazzo Chigi, un esercito di lecchini; poi nessuno che gli facesse una mezza telefonata, neanche a Natale. Si sa – per esempio – del direttore di un importante quotidiano che in riunione silenziò uno dei suoi ricordandogli che "Renzi non conta più niente". E passi. Ma peggio ancora, forse, è quando di te non si preoccupano più nemmeno di parlar male. Solo qualche settimana fa, per dire, Matteo era preoccupatissimo che uscisse una notizia negativa per lui. E invece, su nessun giornale si vide poi un rigo. Ne fu sollevato, sul momento. Ma gli bastò poco per realizzare: "Non mi caga più nessuno".

La sconfitta gli ha fatto male, ma anche bene. Non ne è uscito avvelenato, né incattivito. Anche perché, dicono i suoi, "Matteo cattivo lo era già prima". Il carattere, in effetti, è quello che è. È il suo enorme problema, e i collaboratori gliel’hanno detto migliaia di volte. Lui lo sa, ma allarga le braccia: "Son fatto così, non ci posso far nulla". L’Italia, che aveva in pugno, l’ha perduta per quello: per il carattere. E per quel suo presentarsi con una faccia che stava a significare: io sono il più ganzo di tutti.

Ai collaboratori, ma anche ai politici che debbono lavorare con lui, impone regole durissime: e molti, dopo un po’, si stancano. L’unico che gli resiste davvero è Luca Lotti. Non che non litighino: ma l’amicizia è indistruttibile. Lotti è il solo al quale Renzi riconosca un rapporto alla pari: con tutti gli altri, Matteo è come il Marchese del Grillo, mi spiace ma io so’ io, e voi non siete un...
Eppure il Renzi privato è molto diverso. Molto più (azzardo questa parola) simpatico. Sa scherzare. Giocare. Sfottere gli juventini quando perdono. E stare con la gente. Come quell’altro Matteo, ama infatti il tu per tu. Gli anni scorsi, a Firenze, chiunque lo fermasse per strada e gli dicesse di avergli inviato una mail per un semaforo o un tombino, si stupiva nel sentire che, di quella mail, il sindaco Matteo conosceva il contenuto a memoria. La gente è la sua vita e – appena può – cerca di scappare dalla scorta per andarle incontro.

Come quell’altro Matteo, è anche un grande disordinato nel mangiare: divoratore seriale di pizze d’asporto, che si fa portare in ufficio, cerca di rimediare con le maratone per contener la pancetta. Come quell’altro Matteo, ama il calcio e per il calcio è capace di diventare un bambino: la sera delle consultazioni, mentre tutti attendevano l’intervento di Mattarella, e mentre tutti trattavano e tramavano, lui mandava in giro su WhatsApp il video di un gol – a suo dire formidabile – che aveva appena segnato in una partita di calcetto. Come quell’altro Matteo ha la vocazione dell’uomo solo al comando. E come lui, infine, ha tanti nemici.
Ma non ve n’è alcuno, fra questi nemici, che martedì scorso, dopo aver ascoltato tutti gli interventi al Senato, non abbia riconosciuto la stoffa superiore dell’Antipatico. Matteo Renzi è tornato. Rieccolo.