È stato superato il segno, ammette amaramente Mattarella. Dalla pubblicazione di messaggini e conversazioni contenuti negli atti dell’inchiesta sul caso Palamara a Perugia emerge un quadro inaccettabile, in cui le toghe sono impegnate a gestire potere e nomine più che ad amministrare la giustizia. Comportamenti – attribuibili naturalmente a una minoranza – che svelano una "modestia etica" tale da far crollare la fiducia degli italiani nell’intero ordine giudiziario. Di qui il richiamo: "La magistratura deve necessariamente impegnarsi a recuperare la credibilità e la fiducia dei cittadini", dice. Come? Riformando in fretta il Consiglio superiore della magistratura. E tornando a...

È stato superato il segno, ammette amaramente Mattarella. Dalla pubblicazione di messaggini e conversazioni contenuti negli atti dell’inchiesta sul caso Palamara a Perugia emerge un quadro inaccettabile, in cui le toghe sono impegnate a gestire potere e nomine più che ad amministrare la giustizia. Comportamenti – attribuibili naturalmente a una minoranza – che svelano una "modestia etica" tale da far crollare la fiducia degli italiani nell’intero ordine giudiziario. Di qui il richiamo: "La magistratura deve necessariamente impegnarsi a recuperare la credibilità e la fiducia dei cittadini", dice. Come? Riformando in fretta il Consiglio superiore della magistratura. E tornando a seguire l’unica bussola: la Costituzione.

Il volto corrucciato e il tono austero illustrano lo stato d’animo del presidente della Repubblica forse più dell’intervento durissimo che fa nel giorno della commemorazione di sei magistrati vittime del terrorismo e della mafia. Figure di servitori dello stato lontani anni luce dalle bassezze che la cronaca registra oggi. Dove i rappresentanti di questo potere dello Stato appaiono ripiegati "su se stessi", preoccupati di costruire "consensi a uso interno, finalizzati all’attribuzione di incarichi". Per dirla con il vicepresidente del Csm, Ermini: "Insudiciando il ruolo con pratiche da faccendiere". Ben diversa l’interpretazione della professione fatta da Giacumbi, Minervini, Galli, Amato, Costa e Livatino: magistrati che hanno svolto la loro attività "senza rincorrere il consenso, ma applicando la legge". Ligi fino alla morte, al dettato della nostra carta fondamentale: "La fedeltà alla Costituzione è l’unica richiesta".

Non si limita a un attacco generico Mattarella, nel suo doppio ruolo di capo dello Stato e di presidente del Csm, ma indica anche una delle principali fonti della degenerazione: il correntismo, male antico che infesta l’organo di autogoverno dei magistrati. "Il confronto è legittimo, ma è indispensabile porre attenzione critica sul ruolo e sull’utilità stessa delle correnti interne alla vita associativa dei magistrati". E dunque: è arrivata l’ora di riformare con rigore il Csm, trovando uno scatto d’orgoglio per rilanciare un’immagine e non mettere a rischio l’autonomia e indipendenza.

L’atto d’accusa è durissimo: tanto che, a sera, l’ex presidente dell’Anm, Luca Palamara reagisce chiedendo "di essere sentito" dall’Associazione dei magistrati. Sì, Mattarella parla chiaramente di un "anno difficile" per il mondo della giustizia. Ma altrettanto nettamente chiarisce che non intende dare ascolto a quanti da settimane lo strattonano perché sciolga lui d’autorità il Csm. Lo mette nero su bianco nel passaggio finale dell’intervento, in cui spiega – per l’ennesima volta – qual è la sua concezione del ruolo: "Si odono esortazioni, rivolte al Presidente della Repubblica, perché assuma questa o quest’altra iniziativa senza riflettere sui limiti dei poteri assegnati dalla Carta. Si incoraggia una lettura delle funzioni difformi da quanto previsto". Ciò non significa che intenda restare con le mani in mano nei mesi difficili che ci aspettano. Interverrà come ha sempre fatto ma rigidamente restando nei limiti dei poteri del Quirinale: "Non esistono motivazioni contingenti che possono giustificare l’alterazione dell’attribuzione dei compiti operata dalla Costituzione: qualunque arbitrio compiuto in nome di presunte buon ragioni aprirebbe la strada ad altri arbitri, per cattive ragioni".