Sergio Mattarella, presidente della Repubblica (Ansa)
Sergio Mattarella, presidente della Repubblica (Ansa)

Roma, 21 agosto 2019 - La crisi, fino a ieri virtuale, è diventata reale. Conte è salito al Colle e si è dimesso: da questo momento le lancette cominciano a correre perché il Quirinale non ha alcuna intenzione di perdere tempo. Il capo dello Stato non vuole ripercorrere le orme della primavera 2018, quando lo stallo si prolungò per mesi. Questo pomeriggio partiranno le consultazioni che si concluderanno domani sera. Poi probabilmente Mattarella lascerà alle forze politiche alcuni giorni per riflettere ma già nei primissimi giorni della prossima settimana vuole che gli venga portato il nome di un presidente incaricato. Non dovrà trattarsi necessariamente del capo del futuro governo, e non è ancora chiaro quale forma di mandato sceglierà di assegnare, di certo però dovrà essere lui a tenere i contatti con il Quirinale: la sponda di Mattarella. Perché, anche su questo fronte, il Colle non vuole ritrovarsi nella condizione surreale del 2018 quando non sapeva letteralmente a chi dovesse rivolgersi per avere lumi. 

Crisi di governo, è il giorno della consultazioni. La linea del Quirinale
 
Il presidente non pretende certo che una trattativa complessa come quella tra Pd e M5s si risolva nell’arco di pochi giorni. Non potrà nemmeno, però, trattarsi di mesi: una settimana o due al massimo. Sempre che Mattarella si convinca nei colloqui che avrà in queste 48 ore che ci sono davvero gli estremi per tentare l’azzardo di un cambio di maggioranza. In caso contrario affiderà a una personalità di cui ha stima l’incarico di formare un governo di garanzia che poi, pur senza ottenere la fiducia del Parlamento, gestirà la campagna elettorale e le operazioni di voto. Il requisito fondamentale che esige per verificare le possibilità del cambio di maggioranza è la chiarezza. Prima di tutto è fondamentale che il M5s assuma una posizione netta: ieri, in aula, i pentastellati hanno respinto l’offerta di Salvini di tornare assieme, ma non è un mistero che una componente del Movimento sia tentata di recuperare l’alleanza con la Lega dopo l’opportuno bagno purificatore della crisi. In questa situazione, ogni ambiguità e ogni tentativo di affidarsi alla politica dei due forni rende irreversibile la marcia verso le elezioni. 

Naturalmente, Mattarella vuole veder chiaro anche dentro al Pd, perché è evidente che, nel partito di Zingaretti e Renzi, convivono due progetti solo in apparenza identici. Per il segretario dem, infatti, l’avventura di una nuova maggioranza ha senso solo se in ballo c’è un governo politico di legislatura, Renzi invece ha parlato di governo istituzionale. E la decisione di non entrare né lui né i suoi alti ufficiali nell’esecutivo indica l’intenzione di staccargli la spina prima della scadenza della legislatura. Se le trattative decolleranno, non è detto che le difficoltà siano superate. Oggi, nella direzione Pd, Zingaretti, che fin qui ha evitato di esporsi troppo, fisserà le sue condizioni: ciò che chiederà l’ha anticipato ieri commentando le dichiarazioni di Conte. "Va tutto bene, ma lui dov’era in questo periodo?". 

La discontinuità che il Pd chiederà si articola su due piani diversi: quello dei contenuti, in particolare prendendo di mira decreti sicurezza e i porti chiusi. Da questo punto di vista il compito non è troppo difficile. Più complessa la situazione sul fronte della composizione del governo perché il Pd non può limitarsi a sostituire la Lega. L’intero equilibrio deve mutare. Significa, per esempio, che la presenza sia di Conte che di Di Maio nel nuovo esecutivo è fuori discussione. L’equilibrio dei dicasteri dovrà cambiare: questo è lo scoglio principale. Si sa che gli incidenti succedono sulla concretezza dei nomi più che sui programmi.