Di Maio affacciato sul balcone di Palazzo Chigi il 27 settembre (Ansa)
Di Maio affacciato sul balcone di Palazzo Chigi il 27 settembre (Ansa)

Roma, 13 dicembre 2018 - «E allora perché ci avete tenuti appesi a quel 2,4% per mesi? Bastava dirlo che una #manina aveva nascosto uno zero». Tra le due cifre, c’è una bella differenza. E malgrado le speranze del governo, gli elettori della maggioranza – soprattutto pentastellati – se ne accorgono e danno voce alla delusione proprio sul medium che ha fatto la fortuna del movimento: la rete.

Manovra, Conte: "Deficit scende dal 2,4% al 2,04%"

Fioccano post e cinguettii al curaro sulla falsariga dell’ironico tweet iniziale. «Sei mesi di baggianate e fanfaronate, per poi calare le braghe»; «Siete dei codardi, traditori e pusillanimi. Persino il Pd aveva fatto manovre più espansive»; «Ma che cagata infinita avete combinato!». Persino ai piani alti della Lega c’è chi non condivide l’entusiasmo di Giorgetti – il primo ieri a festeggiare – e mostra sia pur discretamente una certa sorpresa per l’accordo al ribasso. In effetti, fino all’altra sera il M5S pareva deciso a tener duro almeno su un 2,2% che sarebbe stato molto meno traumatico per la base. Poi però Di Maio si è trovato di fronte a un dilemma tra i peggiori per un politico: puntare i piedi avrebbe aumentato i consensi a botta calda, ma con il rischio di vederli sfumare rapidamente di fronte alla crisi economica che si sarebbe aperta.

Cedere non mette del tutto al riparo da quei rischi, ma almeno li calmiera anche se a un prezzo alto: rimangiarsi le dichiarazioni stentoree che i due vicepremier hanno dispensato a pieni mani negli ultimi mesi: «Tireremo diritto»; «me ne frego»; «dal 2,4 non si arretra».

La delusione è comprensibile, e costringe i big a giocare in difesa: «Al lavoro per evitare sanzioni e mantenere gli impegni», avverte Salvini. «L’ennesimo capolavoro di Conte: probabilmente evitiamo la procedura d’infrazione e confermiamo le nostre misure fondamentali», sottolinea il capo dei deputati grillini D’Uva. Ora la manovra si configura molto diversa rispetto a quella sbandierata dal balcone di Palazzo Chigi nella notte del 27 settembre scorso. Quando un Di Maio arrembante dichiarò cancellata la povertà. Però poi il deficit per il 2021 era passato rapidamente dal 2,4 all’1,8%, una decina di miliardi in meno; quello per il 2020 dal 2,4 al 2,1%, altri 5 miliardi via; la sforbiciata di ieri ne cancella ancora sette, sempre che la commissione Ue non chieda di rivedere ulteriormente il deficit per il prossimo biennio. Insomma: una bella gatta da pelare per i gialloverdi.

A rigirare il coltello nella piaga s’impegnano le opposizioni: i primi a parlare sono la ex ministra del Pd Boschi e il leader forzista Berlusconi. Prevedibile la reazione della esponente renziana: «Era tutto uno scherzo, tanto pagano gli italiani». Affilato il Cavaliere: «È una buffonata ma ben venga il fatto che non ci sia una procedura di infrazione». Che sia davvero meglio, almeno in termini di consensi, per i partiti di maggioranza è da dimostrare. Di certo, sono destinate a crescere le tensioni tra i soci: i fondi per le riforme di Lega e M5S per il prossimo anno saranno ridotti e quando la coperta è molto corta, si sa che ognuno la tira dalla propria parte. Su questo puntano industria e finanza europea che hanno deciso di scommettere sulla Lega in vista di un divorzio con i grillini che nessuno immagina troppo lontano.