Jeff Bezos, fondatore e Ceo di Amazon (Lapresse)
Jeff Bezos, fondatore e Ceo di Amazon (Lapresse)

Roma, 23 ottobre 2019 - È la volta buona? Chissà. Sarà un caso ma la “Web Tax”, appena annunciata dal governo, è stata subito spostata dal decreto fiscale alla legge di bilancio. Nel primo caso sarebbe entrata in vigore subito. Ora bisognerà attendere l’approvazione della manovra, a dicembre. Niente di grave, per carità, considerando è che da almeno tre anni che l’Italia vorrebbe tassare i giganti del Web, da Google ad Amazon fino a Facebook, multinazionali che macinano utili miliardari e pagano imposte da bottega artigiana.

Finora hanno sempre scampato il pericolo, grazie alla potenza di fuoco delle rispettive lobby. Tanto che in Italia, giusto per restare dalle nostre parti, il tentativo degli ultimi due governi di tassare i colossi della rete si è infranto sul muro di gomma delle procedure burocratiche. Risultato: l’imposta non è mai partita perché nessuno è riuscito a scrivere uno straccio di decreto attuativo. Il vento, però, negli ultimi mesi sta cambiando. Ieri Confesercenti è tornata all’attacco: «L’evasione si combatte facendo pagare i giganti del web», ha detto la presidente Patrizia De Luise, nel corso dell’assemblea dell’associazione.

Al ministero dell’Economia, per bruciare i tempi ed evitare brutte sorprese, hanno deciso di copiare la ‘Gafe Tax’ dei francesi. Dal 2020 dovrebbe scattare anche in Italia un’imposta del 3% sui ricavi delle imprese digitali con fatturati superiori ai 750 milioni o con un valore della prestazioni di servizi digitali superiori ai 5,5 milioni. L’obiettivo è di far arrivare nelle casse dell’erario non meno di 600 milioni di euro, una montagna di soldi rispetto agli spiccioli (poco più di 14 milioni) che attualmente versano i colossi della rete. L’idea di imitare i francesi non è venuta al Mef solo per pigrizia ma anche per rendere il più possibile omogenee le iniziative dei governi nazionali. Sapendo che la battaglia contro i colossi della Rete non può essere vinta da un singolo Paese ma solo da organismi sovra-nazionali.

Gli interessi in campo, del resto, sono enormi. Quando la Francia ha rotto il ghiaccio varando la sua ‘web tax’ non solo si sono fatti sentire le industrie tecnologiche americane ma si è mosso, con tanto di minacce e annunci di dazi, anche Trump per difendere i campioni nazionali. Insomma, la guerra è tutt’altro che finita. Il problema è noto. Le grandi aziende del web sono ‘apolidi’, vendono bit e prodotti immateriali che abbattono le barriere del tempo e dello spazio. Così diventa facile per loro aggirare a colpi - tutti leciti - di elusione il principio della ‘stabile organizzazione’, la norma cardine che consente di tassare le multinazionali dell’old economy. Per risolvere la questione non resta che un’intesa globale.

La scorsa settimana è toccato all’Ocse presentare una proposta di compromesso, cercando di cambiare le regole su chi ha il diritto di tassare i profitti: non più il Paese dove la multinazionale sceglie di dichiararli ma dove si trovano gli utenti consumatori. Il piano è arrivato sul tavolo del G20 e, sia pure con tutti i suoi limiti, ha almeno il merito di aver gettato un sasso nello stagno. Anche a Bruxelles si sta muovendo qualcosa, tanto che è stata addirittura varata una vera e propria direttiva sulla ‘Web Tax’. È quella che ha ispirato il modello francese e che, probabilmente, sarà fatta propria anche dalla Spagna.

anca ancora un accordo a livello comunitario, l’unico in grado di evitare che i singoli Paesi del Vecchio Continente si facciano concorrenza l’uno con l’altro sul fronte delle tasse digitali. La patata bollente è nelle mani del nuovo esecutivo che sul digitale ha dato una grande delega alla responsabile per la Concorrenza, Margrethe Vestanger. Al suo esordio il neo commissario ha lanciato un vero e proprio proclama di guerra: «Se non ci sarà un accordo globale, siamo pronti ad agire entro il 2020».