Matteo Salvini e Matteo Renzi (ImagoEconomica)
Matteo Salvini e Matteo Renzi (ImagoEconomica)

Roma, 14 agosto 2019 - L'inatteso rilancio da pokerista di Matteo Salvini sul taglio dei parlamentari era stato ideato dal segretario leghista per stanare un po’ tutti i partiti ma soprattutto i Cinquestelle che nel loro intento iniziale avrebbero voluto uscire dalla fase di impasse politica – che sia per andare al voto o per convogliare a nozze col Pd – additando la responsabilità di tutto a Salvini e alla sua voglia di "non tagliare le poltrone". Nella narrazione anticasta grillina è il peggio che si possa immaginare. Ma la rapida risposta negativa di Luigi Di Maio, che ha legato l’approvazione della riforma al ritiro della mozione di sfiducia contro Conte, obiettivamente irrinunciabile da parte della Lega, ha chiuso la partita e fatto morire in culla ogni ipotesi di intesa, volta magari ad andare alle urne con un Conte-bis.

 Renzi detta la linea. Il Pd ora sta con lui

Per la Lega si è trattato della plastica dimostrazione di quanto il tema del taglio dei parlamentari fosse per i Cinquestelle un elemento strumentale da usare in un’eventuale campagna elettorale, dall’altra come sia evidentemente già avanti la trattativa con il Pd per un accordo di legislatura. È vero, il taglio cui ha fatto cenno Salvini sarebbe a questo punto effettivo solo dalla legislatura successiva, ma esistono illustri precedenti in materia di riforme costituzionali approvate sul finire di una legislatura e sottoposte a referendum, e quindi a eventuale entrata in vigore, in un secondo tempo. Uno su tutte, la devolution del 2005.

Ieri pomeriggio, subito dopo le parole di Salvini al Senato, Roberto Calderoli, ex ministro delle Riforme e vicepresidente di Palazzo Madama, aveva chiarito la legittimità formale della proposta lanciata dal segretario leghista. Se la volontà politica ci fosse stata, in sostanza, sarebbe stata ampiamente fattibile.

Il fatto che i Cinquestelle abbiano collegato direttamente l’iter della crisi alla riforma costituzionale ha stoppato ogni possibile esito positivo della proposta di Salvini, e mostrato una volontà politica diversa. Che sia andare al voto senza concedere all’ex alleato il vantaggio di aver condiviso un risultato tipico della narrazione grillina, o che sia, come spiegano gli esponenti di centrodestra, quello di portare avanti un’intesa di governo con le sinistre che loro definiscono senza troppe mezze parole "l’inciucio".

D’altra parte che la discussione ci sia, e neppure troppo sottobanco, non è un mistero per nessuno. Le parole di Renzi nel pomeriggio avevano definitivamente sdoganato tra i democratici la soluzione che fino a qualche ora prima pareva dividere pericolosamente il partito al suo interno. La carta della riduzione dei parlamentari era un bell’asso nelle mani di Renzi e dei Cinquestelle ("Non votiamo a ottobre altrimenti va in fumo la riforma"), che il sasso lanciato da Salvini voleva disinnescare. Ma quando c’è la volontà politica di andare a un accordo, come pare esserci tra grillini e democratici che in molti descrivono già intenti a spartirsi nuovi incarichi di governo, non c’è asso che tenga