Gianroberto Casaleggio (ANSA)
Gianroberto Casaleggio (ANSA)

Il dibattito all’interno del Movimento 5 Stelle si sta incentrando sul limite dei due mandati. Proprio nel giorno dell’anniversario della morte di Gianroberto Casaleggio, che l’aveva pensato e ne aveva fatto uno dei punti qualificanti del programma originario. La vecchia guardia dei Di Maio e dei Crimi, quelli che hanno già fatto due mandati, sono per il superamento del limite, quelli che invece il limite non l’hanno superato (Di Battista) sono per confermarlo. E’ evidente che la questione è agitata in maniera strumentale da ambedue le parti, come spesso accade in politica (pensiamo alla questione femminile, stiracchiata di qua o di là a seconda delle convenienze del momento) e c’è da dar poco credito a quanto dicono i diretti, direttissimi, interessati.

Una considerazione però si può fare sul merito della vicenda, perché ogni tanto il merito conta. Il limite dei due mandati non era, non è, un punto qualunque del programma ma l’essenza stessa del grillismo. Era l’idea che la politica non è una professione ma un servizio, che in fondo uno equivale a uno, che la rappresentanza è fatta da cittadini per i cittadini. Un’idea sbagliata, ma un’idea. Perché uno non equivale a uno, perché per svolgere certi compiti serve una preparazione, e non si possono affidare incarichi delicati al primo che passa. Come purtroppo abbiamo visto accadere. Ecco, rinunciare a tutto questo non può essere semplicemente un "momento di crescita" del movimento, come Conte ha spiegato, un doveroso omaggio alla maturazione di un movimento nato fuori dal palazzo per cambiare il palazzo e poi inevitabilmente assorbito dai riti del palazzo. La fine del limite del limite dei due mandati sarebbe in sostanza l’ammissione che l’idea originaria di Casaleggio padre era fondata su una grande bugia. In buona fede, forse, ma una bugia. Il Movimento 5 Stelle senza un limite ai mandati sarebbe semplicemente un’altra cosa.