Il premier Conte tra i ministri Di Maio e Salvini (Ansa)
Il premier Conte tra i ministri Di Maio e Salvini (Ansa)

Roma, 29 luglio 2018 - Negli ultimi dieci anni, prima dell’attuale governo penta-leghista, si sono succeduti cinque esecutivi. La vita media è stata di appena 24 mesi, nessuno ha spento le cinque candeline di un’intera legislatura. Sopra questo valore, già molto basso, si posizionano solo Berlusconi e Renzi. Il primo ha conservato le chiavi di Palazzo Chigi per 41 mesi, mentre il secondo si è arreso dopo 34. In questa classifica che testimonia un’alta instabilità politica, seguono Monti e Gentiloni con 18 mesi, infine Letta che già al decimo ha passato la campanella al suo ex collega di partito Renzi. La domanda degli ultimi giorni è quanto durerà il governo Conte, o meglio l’esecutivo Di Maio-Salvini? Potrebbe essere uno dei due, più che il premier, a decretare la fine dell’esecutivo. 

L'EDITORIALE / Stress test di governo - di Paolo Giacomin
 
Probabilmente gli italiani si sono così abituati ai governi di breve durata che per il 44% stimano che questa alleanza si concluderà entro due anni, come la durata media dei precedenti cinque. Un ulteriore 30% ritiene invece che arriverà a fine legislatura, mentre il 18% pensa che non rimarrà in carica per oltre un anno.
L’aspetto paradossale è che nonostante – per la prima volta nella Seconda Repubblica – il consenso ai partiti di governo superi il 50% alle urne (nei sondaggi di questi mesi sfiora il 60%), il sentimento della popolazione rimane negativo sulla durata e quindi sulla stabilità. Questa percezione influisce molto di più di quanto ci si possa attendere nell’economia. Se la popolazione ritiene che permane una forte incertezza politica, mette in atto comportamenti sociali che deprimono l’economia: le famiglie tendono più a conservare che a spendere, le aziende evitano di assumere e investire. 
Risiede però nelle capacità comunicative di questo governo proiettare, invece, il messaggio di stabilità, perché la forza del consenso non è l’unico elemento che genera rassicurazione.
 
D’altronde è inevitabile che qualsiasi governo abbia frizioni all’interno e non bisogna dare per scontato che qualsiasi azione abbia il favore della maggioranza degli elettori. Per esempio sulle grandi opere, l’opinione prevalente è che si debbano realizzare. In particolare per la Tav il 60% è per completare l’opera. Percentuale rimasta invariata nel corso degli anni. 
Anche su altre problematiche si registrano a volte pareri positivi, altre volte negativi. Rispetto alla politica sull’immigrazione la percentuale di consenso continua a essere alta (53%). Allo stesso momento, però, sui temi del lavoro emerge un po’ di insoddisfazione: gli italiani che esprimono valutazioni negative (38%) sono più di quelli che ne danno un giudizio positivo (35%).
 
Ecco, forse, spiegato il motivo per cui nonostante l’alto consenso per i giallo-verdi, la fiducia verso il futuro non cambia e solo un terzo stima che il governo durerà fino a fine legislatura: il contratto tra i due partiti, seppure valido in termini di programmazione degli interventi, è uno strumento freddo e potrà generare fiducia solo in un periodo di tempo molto lungo, mentre a breve ciò che genera effetti è la creazione di un sentiment con gli italiani. Questo, forse, attualmente non c’è.