Il nuovo capo dei Cinquestelle Giuseppe Conte (Ansa)
Il nuovo capo dei Cinquestelle Giuseppe Conte (Ansa)

La sfida più difficile per il “neo-movimento“ Cinquestelle di Giuseppe Conte non sarà il limite al secondo mandato. A quello non ci ha mai realisticamente creduto nessuno, e al massimo verrà usato per regolare i conti con qualche peone o qualche elemento sgradito che i vertici vogliono far fuori qua e là. Tra i tutti i mantra Cinquestelle andati in fumo il limite ai due mandati era obiettivamente uno dei più stupidi: nel momento in cui formi una classe dirigente non si capisce perché devi privartene quando qualcuno ha compreso le regole del gioco e dato prova di sè. Le sfide di Conte si chiamano piuttosto organizzazione territoriale e rapporto con l’ala più movimentista, diciamo barricadera, delle Cinquestelle che furono. Per intendersi, con Dibba e i suoi amici. 

Costruire intorno ai 5S una struttura territorialmente presente senza gli appesantimenti tipici di un partito è più facile a dirsi che a farsi, perché quando entri nella logica dell’appartenenza è immediato il passo verso il tesseramento (magari chiamato in altro modo, ma quello è), poi la nomina dei rappresentanti territoriali e su su fino ai congressi. E’ la corsia che porta dritti alle correnti, con il rischio, anzi la certezza, di finire come il Pd. Una guerra per bande. D’altra parte se si vuole evitare il partito del leader, l’altro modello disponibile su piazza, la strada è stretta. E forse qui i nuovi strumenti di democrazia partecipata, e la rete, una mano a Conte possono darla. Sempre che non si ripercorra il falso mito di Rousseau, strumento utile soprattutto a chi ne deteneva le chiavi.

L’altro aspetto è più politico, e attiene al presidio di quell’area originaria genericamente identificabile con il “vaffa“. Il movimento ha messo la grisaglia ministeriale, ha accettato l’Europa, ha imparato le buone maniere ma una buona parte del suo seguito arriva ancora da lì. Un’area di consenso che in Italia è sempre esistita, magari sotto insegne diverse, e che Conte non si può permettere di regalare al primo Di Battista di passaggio. Non sarà facile, perché il grido identitario è fatto di terzomondismo in salsa sudamericana, antimilitarismo con sentimenti antioccidentali, anticapitalismo dalle venature pauperistiche, antieuropeismo, retorica antipolitica e manettara. Un mix che almeno a prima vista mal si concilia con il profilo governativo, anche se alternativo, del nuovo Conte-pensiero. Ma se vuole giocarsi con il Pd la leadership nell’area del centrosinistra, il nuovo capo non può farne a meno.