Enrico Letta e Giuseppe Conte (foto Imagoeconomica)
Enrico Letta e Giuseppe Conte (foto Imagoeconomica)

Secondo un sondaggio pubblicato dal Corriere della sera il Pd e il Movimento 5 Stelle hanno recuperato consensi (+ 1,5 il Pd; più 2,5 i grillini) da quando al timone ci sono, rispettivamente, Enrico Letta e Giuseppe Conte. La cosa potrebbe essere liquidata sbrigativamente come l’effetto della 'novità': molta attenzione mediatica e quindi più consenso. Spiegazione siffatta non è però esaustiva e soprattutto non coglie la contraddizione alla base di tutto: Pd e Cinquestelle sono i partiti che più di ogni altro hanno sempre avversato una leadership forte (i democratici hanno combattuto Matteo Renzi come il diavolo, i grillini erano addirittura arrivati a farsi gestire da un “direttorio“) eppure proprio della presenza di un leader beneficiano.

Una contraddizione che mette il dito nella piaga di un dilemma irrisolto, quasi esistenziale, interno a questi due partiti: i conti con la leadership, alla fin fine i conti con la modernità della politica e della comunicazione politica. Conti che sia Pd sia 5S hanno deciso di non fare, semplicemente rifiutando a priori il tema. Pensano che la figura di un leader sia un retaggio culturale di destra, che accentui uno stile di governo fatto di decisionismo e pericolosa personalizzazione. Qualcosa di vagamente fascistoide. L’avversione a Berlusconi, il primo a far conoscere in Italia un tale stile di governo, era anche questo. Eppure sono anni che in tutto il mondo occidentale le leadership hanno la prevalenza sulle strutture partitiche e di movimento, e non solo a destra. Obama e Clinton negli Stati Uniti, Sanchez e Zapatero in Spagna, Macron, prima Blair. Personalità forti che hanno riassunto all’interno della loro persona, e della loro leadership, i connotati di un governo. E’ la modernità, bellezza. Il fascismo è un’altra cosa.