Matteo Salvini e Luigi Di Maio (Imagoeconomica)
Matteo Salvini e Luigi Di Maio (Imagoeconomica)

Roma, 17 gennaio 2019 - Se la coalizione giallo-verde ha un senso il Carroccio pretende la sua parte. Altrimenti non lesina in dispettucci, come ha fatto ieri sgambettando a Palazzo Madama, in commissione Ambiente, il candidato proposto dal ministro Costa per la presidenza del parco del Circeo: il generale Antonio Ricciardi. "Non abbiamo condiviso il metodo", spiega il senatore leghista Arrigoni. Una scelta concordata più con il presidente della Regione Zingaretti (i suoi ‘referenti’ Mirabelli e Messina si sono astenuti nel voto) che con i soci di governo. Troppo forte l’odore di inciucio, Salvini chiede ai suoi di far saltare il banco (il risultato finale è di 13 no e 7 sì) d’intesa con Forza Italia e la maggioranza del Pd, cui non par vero mettere i bastoni tra le ruote a un eventuale accordo nazionale tra il governatore del Lazio e M5S.

Indietro non si torna, garantiscono i leghisti a Costa che – puntando sulla natura ‘consultiva’ del parere della Commissione – ripete: il nome resta quello, "non accetteremo diktat su persone non adeguate". Siccome in ballo ci sono una dozzina di presidenze di parchi, il Carroccio ne vuole la metà, a cominciare da quelli delle Dolomiti e dei monti Sibillini. Escluso – dicono a via Bellerio – che il ministro dell’Ambiente le decida una alla volta, mettendosi d’accordo con i vari governatori. Di qui il pressing sull’esponente pentastellato cui chiedono chiarezza in un’interrogazione alla Camera. 

Forse anche questo nodo verrà affrontato già stamani a Palazzo Chigi: alle nove Conte, Di Maio e Salvini si vedono per fare il punto su una serie di questioni aperte, che vanno dal reddito di cittadinanza a quota 100 alla Tav e passano inevitabilmente per le nomine. In cima alla lista ci sono le presidenze di Inps, Inail e, naturalmente, della Consob: la candidatura di Minenna – caldeggiata da M5S – si scontra con i tre ricorsi presentati al Tar del Lazio contro l’avanzamento di carriera dell’ex assessore capitolino e con i dubbi del Quirinale. 

È evidente che la vicenda del Senato si inserisce nel quadro della battaglia tra i due soci – riflesso dello scontro pre-elettorale – in Parlamento dove le prossime settimane confluiranno una serie di misure tale da creare una sorta di ingorgo. Anche a limitarsi al campo ambientale, la presidenza del parco del Circeo non è l’elemento più minaccioso: sulle trivelle il Carroccio non arretra e boccia le modifiche M5S. "Con i soli no non si campa, no alle trivelle, no al gas, non possiamo andare in giro con la candela", tuona Salvini. Così innesca la reazione dei pentastellati che da Fico a Di Stefano lanciano l’antica battaglia su rinnovabili ed energia pulita, segnando un fossato con gli alleati di governo il resto del centrodestra. 

In realtà, la guerriglia non è circoscritta a questo fronte nevralgico, ma coinvolge l’intera impostazione delle politiche di sviluppo. Al centro delle quali, di fatto, c’è la Tav: il j’accuse di Foietta (commissario straordinario il cui mandato è scaduto a fine 2018) per cui "fermare il tunnel costa più che finirlo", non cambia le carte in tavola. Anche perché l’idea di un’opera low-cost, come possibile terreno di mediazione, non convince M5S dato che non elimina il problema numero per il suo elettorato. E cioè il tunnel della Val di Susa.