L’improvviso cambio di pelle della Lega, da partito populista e anti-establishment a ’europeista’ e moderato, può essere un fuoco di paglia dettato dall’avvento di Draghi. La pensa così il politologo Marco Tarchi, docente all’Università di Firenze, esperto delle dinamiche delle destre e dei populismi. Per entrare nel governo, il Carroccio pare aver rinunciato a molti dei suoi pilastri, a partire dalle rivendicazioni sui migranti. Può essere il primo passo per l’ingresso nel Ppe? "È presto per dirlo: il mutamento è stato troppo repentino e netto per autorizzare previsioni. Sui passi successivi influiranno vari fattori, fra cui la disponibilità di Draghi a tenere nella sua azione di governo una linea non in diretto contrasto...

L’improvviso cambio di pelle della Lega, da partito populista e anti-establishment a ’europeista’ e moderato, può essere un fuoco di paglia dettato dall’avvento di Draghi. La pensa così il politologo Marco Tarchi, docente all’Università di Firenze, esperto delle dinamiche delle destre e dei populismi.

Per entrare nel governo, il Carroccio pare aver rinunciato a molti dei suoi pilastri, a partire dalle rivendicazioni sui migranti. Può essere il primo passo per l’ingresso nel Ppe?

"È presto per dirlo: il mutamento è stato troppo repentino e netto per autorizzare previsioni. Sui passi successivi influiranno vari fattori, fra cui la disponibilità di Draghi a tenere nella sua azione di governo una linea non in diretto contrasto con le impostazioni leghiste su alcuni temi cruciali, nonché il responso dei sondaggi sulle intenzioni di voto dei prossimi mesi".

Se entrasse nel Ppe, la Lega potrebbe diventare un partito non populista e comunque radicato sul territorio come la Csu?

"Forse sì, ma su quale territorio? Dovrebbe rinchiudersi nuovamente nei confini del Nord e rinunciare a gran parte, se non tutto, del consenso raccolto con la svolta nazionale. Quanto all’abbandono degli atteggiamenti populisti, significherebbe non tornare alla fase bossiana ma inoltrarsi su un terreno incognito. Scelta molto rischiosa".

L’arrivo di Draghi può portare la politica italiana a dividersi in tre poli: un centrodestra popolare con la Lega, un centrosinistra Pd-M5s e un partito liberale (Azione, FI, Renzi)?

"La stagione politica di Draghi non sarà eterna. Un riassestamento come quello che cita farebbe del M5s una mera appendice del Pd e metterebbe insieme due partiti, Fd’I e Lega, il cui terreno d’incontro non è quello di una convergenza con il Ppe. Che peso avrebbe il polo liberale, il 10%? Servirebbe solo a riportarci alla politica dei ’due forni’ di antica memoria, con sotterfugi e ricatti. Molto, poi, dipenderà dalla legge elettorale".

La Lega mostra due volti. Il leader di un Carroccio più moderato può essere Giorgetti o Salvini è adatto per accompagnare tale trasformazione?

"Giorgetti ha certamente molti sponsor potenti, ma quanto a doti di leadership mi pare limitato, e la Lega è sin qui stata un partito popolare, i cui elettori amano riconoscersi in un tribuno. Non si dimentichi i sonori fiaschi della stagione della segreteria Maroni".

Una futura scissione è da escludere o ci dobbiamo aspettare una resa dei conti Giorgetti-Salvini?

"Di scissioni la Lega ne ha subite tante e ne è sempre uscita indenne. Ma la convivenza tra Salvini e Giorgetti dipende dalla disponibilità del primo a sottostare alla linea dettata dal secondo. Ora pare starci, vedremo se la situazione cambierà".

Che peso elettorale può avere una Lega europeista?

"A mio parere, molto ridotto, non solo rispetto al 34,3% toccato alle elezioni europee del maggio 2019 ma anche alle cifre riportate dagli ultimi sondaggi, di una decina di punti più basse. Salvo imprevisti, c’è il rischio di un sorpasso di Fd’I, le cui ripercussioni non solo sugli elettori ma anche sui militanti leghisti potrebbero essere pesanti, aumentando l’astensionismo".

Tolti i dissidenti pentastellati, il centrodestra (Lega+FI) alla Camera è l’azionista di maggioranza rispetto al giallorossi (Pd+5Stelle). Ci può essere un effetto sull’azione di Draghi?

"Non credo. Draghi risponde, di fatto, al solo Mattarella, ed è lì perché ha l’aureola del tecnico super competente da cui ci si aspettano miracoli. Mettergli i bastoni fra le ruote dopo averne fatto l’apologia, pretendendo di condizionarne l’azione, lascerebbe sconcertata la pubblica opinione. Per cui Draghi procederà in sostanziale autonomia. Finché potrà, ovviamente".