Il leader della Lega Matteo Salvini, 48 anni, difende i referendum sulla giustizia (Ansa)
Il leader della Lega Matteo Salvini, 48 anni, difende i referendum sulla giustizia (Ansa)
I sei quesiti referendari sulla giustizia depositati a inizio giugno dal comitato promotore costituito da Radicali e Lega arroventano l’estate politica. Dopo il botta e risposta di sabato tra il presidente dell’Associazione nazionale magistrati (il sindacato delle toghe), Giuseppe Santalucia, e il leader del Carroccio, Matteo Salvini, i protagonisti rilanciano le reciproche posizioni su temi tecnici, delicati, divisivi: dalla separazione delle carriere tra inquirenti e giudicanti, alla responsabilità diretta dei magistrati, ai meccanismi di candidatura al Csm, all’inserimento di avvocati e professori nel processo di...

I sei quesiti referendari sulla giustizia depositati a inizio giugno dal comitato promotore costituito da Radicali e Lega arroventano l’estate politica. Dopo il botta e risposta di sabato tra il presidente dell’Associazione nazionale magistrati (il sindacato delle toghe), Giuseppe Santalucia, e il leader del Carroccio, Matteo Salvini, i protagonisti rilanciano le reciproche posizioni su temi tecnici, delicati, divisivi: dalla separazione delle carriere tra inquirenti e giudicanti, alla responsabilità diretta dei magistrati, ai meccanismi di candidatura al Csm, all’inserimento di avvocati e professori nel processo di valutazione delle toghe, a precisi limiti alla custodia cautelare, per finire all’abolizione di parte della legge Severno sull’incandidabilità dei condannati.

Santalucia teme che i referendum si trasformino in una richiesta di gradimento popolare sul lavoro dei giudici, e questo nel momento in cui la credibilità delle toghe è più fragile (caso Palamara e non solo). Duplice il rischio: "Formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione" e certificare "un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell’impianto riformatore messo su dal Governo". "Invece di preoccuparsi dei referendum e della volontà popolare e anziché minacciare, sarebbe utile che l’Anm si preoccupasse di offrire agli italiani processi veloci, certezza della pena e una giustizia libera da correnti, raccomandazioni e spartizioni. Dal 2 luglio, in tutti i Comuni e le piazze, saranno i cittadini con le loro firme a fare vera giustizia. A questo punto firmare per i sei referendum significa difendere la costituzione e la democrazia", è l’arringa del Capitano.

Il proseguio della polemica nasce dal documento approvato a larga maggioranza dal comitato direttivo centrale dell’Anm, integrando le parole di Santalucia. Secondo il sindacato delle toghe, "l’opzione referendaria costituisce legittimo esercizio di una prerogativa costituzionale", ma " l’eventuale approvazione dei quesiti referendari potrebbe comportare gravi ripercussioni sull’assetto costituzionale e sulle guarentigie di autonomia e indipendenza della magistratura: non privilegi di categoria ma garanzie irrinunciabili per tutti i cittadini". Radicali e Lega tengono il punto. "In Italia la sovranità appartiene al popolo", ribadisce Salvini. "Vinceremo questa battaglia", dichiara convinto il segretario dei Radicali, Maurizio Turco.

Ma la realtà è molto più sfaccettata: tra le forze di governo, per bocca del presidente della commissione giustizia della Camera, Mario Perantoni, i 5 Stelle bollano come "inaccettabile la pretesa di ridurre al silenzio ed impedire la libera espressione di chi rileva la strumentalità di questa campagna referendaria nel momento in cui una larga maggioranza è impegnata proprio nella riforma della giustizia". Gli eletti di Articolo 101, il gruppo dell’Anm nato contro le correnti, contestano il proprio presidente per l’apertura di credito alle riforme di governo, "pericolose" come i quesiti referendari. "Dimissioni", grida la toga Andrea Reale, mentre gli esponenti di Autonomia rimprovano a Santalucia dichiarazioni solo parzialmente concordate.