Martedì 23 Luglio 2024

La morte di Satnam: "Le mafie nei nostri campi?. Un giro d’affari da 20 miliardi. Ma il caporalato è più radicato"

Fabio Ciconte è portavoce della campagna ’Filiera sporca’: i braccianti sono i più ricattabili, i prezzi sotto costo spesso finiscono per pagarli loro". A Latina intanto un altro lavoratore ha perso la vita.

La morte di Satnam: "Le mafie nei nostri campi?. Un giro d’affari da 20 miliardi. Ma il caporalato è più radicato"

La morte di Satnam: "Le mafie nei nostri campi?. Un giro d’affari da 20 miliardi. Ma il caporalato è più radicato"

di Nino Femiani

ROMA

"La morte di Satnam Singh è una ferita profonda per tutti, forse un punto di non ritorno. Ma se non si agisce per contrastare il caporalato, avremo ancora drammi come questo". A parlare è Fabio Ciconte (foto in basso), 45 anni, scrittore, direttore dell’Associazione Terra! e portavoce della campagna ‘Filiera sporca’.

Quanto pesa la mafia nell’agricoltura e qual è anche il valore economico delle agromafie?

"I numeri parlano di un giro d’affari superiore ai 20 miliardi di euro. Le mafie hanno un grande interesse perché le filiere agricole sono sistemi economici in cui girano fondi enormi, comprese le risorse europee e quindi c’è tutto l’interesse delle mafie a metterci le mani sopra. Cosa diversa è il caporalato dove, invece, il controllo dei braccianti non è gestito totalmente dalle organizzazioni mafiose".

Nelle campagne italiane siamo di fronte a una situazione talmente brutale che parlare di caporalato forse non basta più, in alcuni casi dovremmo parlare di schiavitù.

"Purtroppo il caporalato è ancora parte integrante dell’agricoltura, è la normalità. Certo non vale per tutte le aziende, ma è un sistema che esiste in tutta Italia, fare finta che non esista fa male prima di tutto alle aziende sane".

Perché è così?

"In primo luogo in molti casi manca una cultura imprenditoriale agricola, e, quando c’è da far quadrare i conti, si pensa solo a tagliare il costo del lavoro. In secondo luogo, il lavoro dei braccianti lo fanno le persone più ricattabili, vulnerabili e che hanno un bisogno estremo di lavorare, anche senza contratto, anche in condizioni di sfruttamento".

Un fenomeno inevitabile?

"Fino a quando non si mette mano alla catena del valore del cibo, questa situazione è inevitabile. Fino a quando, cioè, non verrà riconosciuto il giusto prezzo a chi lavora la terra, e le offerte promozionali continueranno a essere lo strumento principale di promozione di supermercati e discount, questo scenario resterà invariato. Se io pago un euro un chilo di zucchine e all’agricoltore va solo il 10-15%, si immagini quanto tocca al bracciante che raccoglie quel chilo di zucchine".

Quindi responsabile dello sfruttamento è non solo il padrone del campo ma anche la la grande distribuzione?

"Il sottocosto dei supermercati qualcuno lo paga, gli sconti che troviamo sugli scaffali non se li carica la grande distribuzione, vengono scaricati sulla parte produttiva, sugli agricoltori. Quando quest’ultimi non si fanno scrupoli allora scaricano a loro volta sui braccianti".

Lo sconto non è gratis…

"Esatto, la protesta dei trattori nasceva anche da quello".

Lei ha parlato spesso di ‘filiera sporca’, ne ha fatto anche una campagna. Ci spiega a cosa si riferisce?

"Il caporalato si vince non solo aumentando l’intervento repressivo, ma puntando sulla prevenzione. Molti dei fenomeni di sfruttamento nascono dalla distorsione delle filiere, dalle filiere appunto ‘sporche’. Da questa campagna abbiamo fatto nascere alcune vertenze, ad esempio quella nel 2016 contro le aste a doppio ribasso".

Di cosa si tratta?

"Si tratta di un meccanismo attraverso il quale i supermercati e i discount, compravano le loro forniture, ad esempio le passate di pomodoro, a prezzi stracciati, così da rivenderle sottocosto, e a rimetterci era sempre il produttore che non ci guadagnava nulla. Questa modalità porta gli agricoltori a vendere a prezzi sempre più stracciati, miserie per accaparrarsi il contratto. Fortunatamente la nostra battaglia ha portato a vietare questa pratica che favoriva, alla fin fine, il caporalato".

Lei si è molto battuto, con la sua associazione, per l’etichetta narrante. Cosa è?

"Se ci fosse stata l’etichetta narrante che traccia i prodotti, la ditta Lovato, quella in cui lavorava Satnam Singh, non avrebbe potuto mettere la sua merce negli scaffali della grande distribuzione perché già inquisita per caporalato dal 2019. La mancanza di un’etichetta narrante è un problema per il consumatore consapevole, come me, che vuole acquistare prodotti dove non c’è sfruttamento".

Made in Italy, contadini patrioti che nutrono la nazione: c’è del vero?

"Raccontare un mondo da fiaba non fa bene neppure all’agricoltura sana. Se il ministro Lollobrigida vuole fare del bene all’agricoltura parli anche di caporalato e ne convochi il tavolo che non si riunisce da due anni. Poi apra un confronto con tutto il mondo agricolo per redistribuire la catena del valore lungo la filiera".