Giorgia Meloni
Giorgia Meloni
"Galeotto fu il… Copasir". "Scusi?". "Se lo molliamo, la quadra sulle comunali si trova…". L’esponente leghista la mette così, dovendo descrivere lo stato dell’arte del centrodestra. Paradosso vuole che una coalizione che, a stare ai sondaggi, è vincente, non è d’accordo su nulla. Tantomeno sui candidati a sindaco alle comunali. Ma le elezioni si avvicinano a grandi passi e il centrodestra rischia di perdere le principali città italiane (Milano, Roma, Bologna di sicuro, forse Napoli, ma non Torino, dove gioca all’attacco). Prova ne è che dopo la rinuncia definitiva di Guido Bertolaso a Roma, anche il due volte ex sindaco...

"Galeotto fu il… Copasir". "Scusi?". "Se lo molliamo, la quadra sulle comunali si trova…". L’esponente leghista la mette così, dovendo descrivere lo stato dell’arte del centrodestra. Paradosso vuole che una coalizione che, a stare ai sondaggi, è vincente, non è d’accordo su nulla. Tantomeno sui candidati a sindaco alle comunali. Ma le elezioni si avvicinano a grandi passi e il centrodestra rischia di perdere le principali città italiane (Milano, Roma, Bologna di sicuro, forse Napoli, ma non Torino, dove gioca all’attacco). Prova ne è che dopo la rinuncia definitiva di Guido Bertolaso a Roma, anche il due volte ex sindaco di Milano Gabriele Albertini getta la spugna.

Con una lettera a Libero, Albertini ha avanzato "ragioni personali" per motivare la sua rinuncia (età avanzata e moglie contraria) e ha persino detto che l’avrebbe voluto Beppe Sala (l’attuale sindaco di centrosinistra si ricandida) "come vice". La verità è però un’altra. Proprio come per Bertolaso a Roma, il problema è stata l’ostilità sui due nomi – entrambi indicati da Salvini – della leader di Fd’I, Giorgia Meloni. Naturalmente, Salvini non l’ha presa bene, anche perché voleva – e vuole – vincere, nelle due città, per re-imporre la sua leadership sulla coalizione e perché su quei due nomi si è speso e pure assai. "Avevamo i nomi giusti. Altri (leggasi: la Meloni, ndr) hanno detto no, loro (i due candidati, ndr) hanno perso la pazienza, ora spero abbiano proposte alternative" è sbottato ieri.

Controreplica (furba) di La Russa: "Fd’I non mette veti. Spetta a Salvini convocare il tavolo della coalizione". Il guaio è che Salvini e Meloni non si parlano da mesi (l’ultimo incontro di coalizione risale al 3 febbraio) e la cosa sta diventando imbarazzante. A dividerli è l’affaire Copasir. Fd’I ne reclama da mesi la guida, e con pieno diritto: la legge del Copasir così dice – in quanto unica forza politica in Parlamento all’opposizione del governo Draghi e ne rivendica la presidenza al suo Adolfo Urso. Ma la Lega, e l’attuale presidente del Copasir, il ‘giorgettiano’ Raffaele Volpi, non ci sente e non intende dimettersi. Morale, stallo pieno e sguardi in cagnesco, tra leghisti e meloniani, ogni giorno. A complicare le cose c’è la rivalità sulla primazia del futuro leader del centrodestra: Salvini sente il fiato sul collo della Meloni sondaggio dopo sondaggio. Infine, altre scaramucce, dalle nomine per il cda Rai al ddl Zan. Lega e FI hanno presentato una proposta di legge comune, firmandosi "centrodestra di governo". La Meloni è andata su tutte le furie. Morale, stallo assoluto sui candidati.

Per Milano in pole position c’è l’ex ministro (e ciellino) Maurizio Lupi (Noi con l’Italia), una vita da milanese, buon conoscitore delle periferie. A Bologna (dovrebbe andare un civico), ma soprattutto a Roma, è buio pesto. Il centrodestra non sa che pesci pigliare e quali candidati lanciare. "Tanto vale vedere se il Pd lancia Zingaretti, poi decideremo" sospira un colonnello romano di Fd’I. A Napoli c’è l’ex pm, stimato, Catello Maresca e, a Torino, l’imprenditore Paolo Damilano. L’unico con buone chanche di vittoria. E Forza Italia? Per ora, è solo un comprimario.