BOLOGNA, 15 NOVEMBRE 2014 - IL VIMINALE ha deciso di mettere sotto tutela Filippo Taddei, economista di punta di Matteo Renzi nonché responsabile economico del Pd, uno dei principali artefici del Jobs Act. Nella città di Marco Biagi, la decisione di proteggere Taddei è figlia del clima di scontro e tensione che si respira in Italia sui temi del lavoro e dell’articolo 18. A Taddei sono arrivate minacce via web e a maggio ha trovato alcuni bigliettini sotto casa. Non solo, ci sono state anche citofonate mute. A fronte di tutto ciò, vista anche l’esposizione mediatica di Taddei, la Questura di Bologna ha segnalato il pericolo e il Viminale ha deciso di assegnare una tutela (meno invasiva di una scorta) a Taddei, il quale sarà seguito negli sposamenti, come la sua famiglia. La Procura ha aperto un’inchiesta per minacce contro ignoti.

Taddei, come si sente?

«Ho segnalato alcune cose. C’è stato un lavoro investigativo e poi la Digos di Bologna ha fatto una raccomandazione, non a me, alla prefettura. Hanno valutato che era una buona idea la tutela. Secondo me è puramente precauzionale».

Un provvedimento figlio della situazione che sta vivendo il Paese?

«C’è un po’ di tensione nel Paese, un po’ di incomprensione, assolutamente legittima e strutturale».

La differenza è che tutto questo avviene a Bologna, la città che ha vivido il ricordo del delitto Biagi.

«In questa città ci sono brutte memorie e c’è un livello di attenzione particolarmente alto. Ma i tempi sono diversi, il Paese è più maturo per affrontare una discussione su un tema sensibile».

Maturo sì, ma anche attraversato da mille difficoltà.

«La difficoltà non è sempre un’ottima consigliera».

Le mobilitazioni di piazza accusano lo staff di Matteo Renzi.

«Basterebbe rispettarci. Non mi possono dire che il mio obiettivo è ridurre i diritti dei lavoratori, possono dici che sbagliamo, ma non che c’è un dolo».

Perché si è arrivati a questo punto?

«Il problema è ripristinare il lavoro stabile. Il mercato del lavoro è fatto di scalini, attualmente c’è uno scalino che molti fanno fatica a superare: il passaggio a tempo indeterminato. E se quello scalino è troppo alto bisogna smussarlo, creandone tanti più piccoli».

Il suo passato non è certo quello dello yuppie anni ’80 di Manhattan. È stato lei, primo fra tanti, a sostenere Pippo Civati, che ora guida la faida interna del Pd.

«Ma nei comitati per Civati si parlava proprio di contratto a tutele crescenti. I sindacati e Sel hanno deciso di scegliere una linea politica, penso che abbiano torto. Ma non dobbiamo essere d’accordo su tutto».

C’è però chi fa la conta dei voti persi, ora che il Pd e la Cgil sono così distanti.

«I voti a cui teniamo sono quelli dei lavoratori. Si dialoga col sindacato, ma i governi sono disciplinati dagli elettori».

 

Saverio Migliari

Gilberto Dondi