Roma, 10 luglio 2016 - ITALICUM e referendum. Nessuno si faccia illusioni: da qui a ottobre il menù politico italiano sarà un piatto unico a due ingredienti (con prevalenza giornaliera dell’uno o dell’altro). Anche ieri, da Varsavia a Napoli, è stata battaglia di posizionamento. Certo, i travagli di Ap potrebbero surriscaldare l’aria di Palazzo Chigi (e del Pd), ma il presidente del Consiglio Matteo Renzi appare più vigile e tattico del solito. E con sottili variazioni sul tema, prova quasi a passare per ‘vittima’. La legge elettorale? «Se ci sono i numeri in Parlamento si può anche cambiare. Io non li vedo, ma non faccio pressioni, non ne parlo più, cala il silenzio stampa», dichiara il presidente del Consiglio al vertice Nato. E sul referendum aggiunge: «Non è sull’Italicum, ma tra chi vuole e non vuole cambiare». Partita «cruciale», la definisce. E dice stop alla «personalizzazione» del voto. «Non l’ho raccontato bene».
 
CI RIPROVA così: «Il referendum è sulla riduzione dei parlamentari, sui poteri delle regioni, su una sola Camera che dà la fiducia e non due. Soltanto in Italia e in altri Paesi continuiamo ad avere un sistema di bicameralismo perfetto. Chi vota Sì riduce i parlamentari, chi vota No lascia le cose come sono e un ping pong costante in Parlamento. Chi vota Sì aumenta gli strumenti di partecipazione, anche abbassando in alcuni casi il quorum del referendum». Basta con «il Parlamento più costoso e contorto di tutti i Paesi Nato». Certo, in epoca di Brexit, nessuno può escludere esiti avversi: «È il popolo a decidere – concede il premier –. E io mi fido del buon senso dei cittadini». 
 
INTANTO Palazzo Chigi si diverte ad agitare le acque con l’ipotesi di «spacchettamento» dei quesiti. Renzi difende il Sì o il No (secco) alla riforma. Ma «nessun problema, se la Corte di Cassazione o la Consulta daranno altro un altro giudizio». Ipotesi che scatena Forza Italia. Renato Brunetta: «Nessuna disponibilità a spacchettare, né a ragionare di modifiche dell’Italicum prima della consultazione». Paolo Romani: «Sarebbe un inganno sia nei confronti delle Camere, che si sono espresse su un unico testo, sia nei confronti degli italiani che potranno approvare o non approvare la riforma simbolo dell’esecutivo». 
Quesiti referendari multipli e apertura sull’Italicum strappano invece convinti assensi alla minoranza Pd e ad Ap. «Una buona notizia», commenta Gianni Cuperlo. Riporterebbe al merito della discussione evitando lo «scontro frontale pro o contro il governo», approva Fabrizio Cicchitto.
 
MARIA ELENA Boschi, in Campania, lancia la campagna per il Sì: «Ha interesse a votare No chi sta bene ed è contento così. I più grandi conservatori vogliono votare No. Ma se non stai bene e vuoi cambiare posizione ti serve un sistema nuovo e c’è un solo un modo: il Sì al referendum», dice con grinta la ministra delle Riforme.
«Cara ministra – replica Sinistra Italiana per bocca di Stefano Fassina –, il cambiamento non è intrinsecamente progressivo. Vi può essere il cambiamento trasformistico o il cambiamento regressivo. Italicum e revisione costituzionale hanno questo segno».
Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, gioca da incendiario e invoca un Sì dai territori: «L’obiettivo è liberare l’Italia dalla palude burocratica, spezzare le catene che bloccano il Paese, liberare lo slancio. Il No è il nulla, la palude. Dobbiamo recuperare la nostra identità, la passione e l’entusiasmo» contro «l’imbecillità dei 5Stelle» e di chi – è l’esempio del Governatore – «fa alleanze con Farage e poi scopre che l’Europa ci serve». «Ci sono tutte le condizioni per vincere», fa sapere De Luca. E la Boschi invita il Governatore a diventare testimonial del Sì in tutto il Paese.