Lunedì 17 Giugno 2024
ALESSANDRO FARRUGGIA
Politica

Israele e Palestina. L’Italia cambia rotta e torna equivicina. Come ai tempi di Moro

Il premier palestinese ricevuto da Meloni e Tajani a Roma. La presidente del Consiglio: "L’antisemitismo latente è preoccupante,. ma Netanyahu rischia di infilarsi nella trappola dei fondamentalisti".

Israele e Palestina. L’Italia cambia rotta e torna equivicina. Come ai tempi di Moro

Israele e Palestina. L’Italia cambia rotta e torna equivicina. Come ai tempi di Moro

Eppur (l’Italia) si muove. L’accoglienza del nuovo primo ministro palestinese da parte del premier Meloni e del ministro degli Esteri Tajani ha segnato sabato un cambio di passo dell’Italia nella crisi mediorientale. Un progressivo ritorno all’equidistanza, convinti che senza di essa non si riuscirà mai a costruire la pace in Medio Oriente e che l’amicizia con Israele, che nessuno rinnega, da sola non porti alla stabilità della regione. Ed emerge anche l’abbandono dell’attendismo, la volontà di "sporcarsi le mani". Sono intuizioni che ebbero Aldo Moro e Giulio Andreotti, così come Bettino Craxi. E che d’intesa con l’altro lato dell’Oceano, l’Italia riscopre.

A riprova che il tema è caldo, Giorgia Meloni ieri ha rincarato la dose. "L’antisemitismo latente – ha detto a ‘In 1/2 ora’ su Rai 3 – è preoccupante e problematico, ma quello che io vedo è che Israele sta rischiando di infilarsi nella trappola che i fondamentalisti gli hanno confezionato. Si deve ribadire che Israele deve rispettare il diritto internazionale. Bisogna lavorare per un cessate il fuoco sostenibile, per il rilascio di tutti gli ostaggi, penso che dobbiamo scongiurare un ingresso israeliano a Rafah. Penso che dobbiamo rafforzare l’autorità nazionale palestinese: è quello che ho detto ieri al primo ministro palestinese, è un passaggio fondamentale se si vuole costruire una prospettiva stabile e duratura di pace. Sarebbe un errore se noi cominciassimo a parlare dei ‘due popoli due Stati’ quando è finita la crisi. Bisogna parlarne subito. E l’Italia sta avendo un ruolo".

Sono parole non di circostanza. Ma tra gli addetti ai lavori le letture sono diverse. "Alla luce della visita ieri del premier palestinese, ricevuto con tutti gli onori dalla premier Meloni – osserva il professor Giorgio Cella, analista per la Fondazione Med-Or – si evince la volontà del governo italiano di un chiarimento della propria posizione sullo scenario mediorientale. Questa postura punta infatti a fare tornare, come la sua tradizione diplomatico-politica repubblicana indica, a un’Italia ago della bilancia nel Mediterraneo, potenza diplomatica, quindi potenza regionale mediatrice".

"Oltre a un ritorno ai classici standard della posizione diplomatica italiana, e nonostante una coerente quanto convinta vicinanza allo Stato di Israele – prosegue Cella – l’incontro con il premier palestinese indica altresì dall’altro lato la volontà del governo di porsi come più aperta alle istanze palestinesi. Questo orientamento, tuttavia, non va percepito come una mossa di circostanza o come uno dei vari giri di valzer della politica estera italiana, in quanto si raccorda con la coerente e tradizionalmente rivendicata apertura verso la finale creazione di uno Stato palestinese. Uno Stato di Palestina che sappia però convivere fianco a fianco di quello israeliano, e che, come principio propedeutico a tutto il resto, dovrà inevitabilmente partire da un presupposto fondamentale, ossia dal suo riconoscimento".

Diversa la lettura di Lorenzo Kamel, docente di storia del Medio Oriente all’università di Torino. "Tutti i partiti, sia di destra che di sinistra – osserva – sono alle prese con la campagna elettorale in vista delle imminenti elezioni europee, dove la questione israelo-palestinese è, come mai prima d’ora, uno dei temi di primo piano. Ritengo dunque che non ci sia alcun riposizionamento strutturale bensì un riposizionamento legato in larga parte alle contingenze politiche del momento. Il tentativo di porsi in maniera meno schierata va comunque colto positivamente, ma dovrebbe avvenire di pari passo con una spiegazione della ragione per la quale a gennaio il nostro governo ha deciso,di staccare la spina al principale fornitore umanitario a Gaza".