Roma, 28 maggio 2018 - Eccita gli animi e fa molto 'american style'. Però, in Italia, mai nessuno ha attraversato davvero le forche caudine dell’impeachment (dall’inglese 'imputazione'). Certo, la minaccia è di quelle forti. Ne seppe qualcosa Giovanni Leone, classe 1908, sesto presidente della Repubblica italiana. Contro di lui fu imbastita una campagna giornalistica senza precedenti (dilagava lo sandalo Lockheed, storia di mazzette sparse per mezzo mondo) e il Pci lo asfissiò con attacchi di rara virulenza. Non solo. Il suo stesso partito, la Democrazia cristiana, fece solo finta di difenderlo. A tal punto che l’uomo politico napoletano, correva il giugno 1978, salutò tutti e se ne andò. Esausto.

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Il problema, però, è che non solo non si arrivo all’'imputazione', ma, due decenni dopo, tutti i suoi accusatori, tra cui i radicali Marco Pannella e Emma Bonino, dovettero chiedergli scusa. Leone non c’entrava nulla. Diciamo quindi che la minaccia di messa in stato d’accusa ha più risvolti psicopolitici che reali. Lo stesso Francesco Cossiga – ed è il caso più eclatante della nostra storia repubblicana – si dimise il 28 aprile 1992, a due mesi dalla scadenza del mandato presidenziale. Vanificando così l’azione dell’allora Pds guidato dall’emotivo Achille Occhetto. Al presidente sardo si imputava, in sostanza, “una crisi istituzionale gravissima, dominata dal pericolo di cambiamento della forma di governo con mezzi non consentiti dalla Costituzione”. Erano i tempi di Gladio, la rete segreta per contrastare un’eventuale insurrezione comunista. Erano i tempi del ‘picconatore’. Picconatore che, in realtà, aveva capito benissimo il crollo di un sistema dopo il crollo del Muro e che picchiava duro soprattutto sulla sua Democrazia cristiana. Due elementi che gli ex (ex?) comunisti non capirono. Anche se, a dire il vero, nel Pds l’ala cosiddetta ‘riformista’, guidata da Giorgio Napolitano si oppose con le armi della ragione alla levata d’ingegno di Occhetto. I gruppi parlamentari pidiessini votarono a favore della messa in stato d’accusa con i 'sì' di 104 deputati e 44 senatori e i 'no' (‘riformisti’, appunto) di 37 parlamentari. Ma, anche in questo caso nulla scaturì.

C’è poi da considerare un dato 'oggettivo'. L’impeachment prevede passaggi se non complicati, certo non agevoli. E, soprattutto, crea un’agitazione politica nel Paese di intensità altissima. Quindi, si può anche partire lancia in resta, ma poi ci si accorge che forse è meglio andarci cauti. Come accadde a Forza Italia. Nel mirino, stavolta, c’era Oscar Luigi Scalfaro. Era caduto il Berlusconi I. Ed era arrivato Lamberto Dini (anno 1995) appoggiato da centrosinistra e Lega, col Cavaliere all’opposizione. Forza Italia minacciò fuoco e fiamme. Scalfaro replicò con altrettante fiamme e tanto fuoco (celeberrimo il discorso in tivvù quando esclamò: «Non ci sto!» con voce tonante), eppure alla fine tutto tornò alla calma e l’uomo di Novara terminò, più o meno tranquillamente, il suo mandato.

Lo stesso Napolitano, una volta salito al Quirinale, dovette affrontare situazioni non gradevoli. Contro di lui si mossero i grillini che lo accusavano di tollerare la decretazione di urgenza e di manovre poco chiare sulla legge elettorale. Anche in questo caso, nulla di fatto. Il supposto 'attentato alla Costituzione' finì in un nulla di fatto nel febbraio 2014. Il Movimento allora guidato senza se e senza ma da Beppe Grillo si ritrovò isolato, la stragrande maggioranza votò per l’archiviazione, mentre Forza Italia si astenne.

Peraltro, Napolitano, sempre lui, una volta rimbrottò duramente il combattivo deputato del Pdl Maurizio Bianconi che, nell’estate del 2010, lo accusò di tradire la Costituzione. Non lo avesse mai fatto. Il Colle scrisse una nota. Gelida ed esplicativa al tempo stesso, quasi una lezione di diritto costituzionale: il deputato Bianconi “si è abbandonato ad affermazioni avventate e gravi sostenendo che il Presidente Napolitano ‘sta tradendo la Costituzione’. Essendo questa materia regolata dalla stessa Carta (di cui l’on. Bianconi è di certo attento conoscitore), se egli fosse convinto delle sue ragioni avrebbe il dovere di assumere iniziative ai sensi dell’articolo 90 e relative norme di attuazione”. Ma, anche in questo caso, nulla se ne fece. E Bianconi non chiese scusa...