Il Governo Draghi probabilmente è destinato a cambiare anche lo scenario elettorale futuro, anche se è in carica principalmente per affrontare i problemi economici e sanitari dell’Italia. Tra l’altro le elezioni non sono lontane. La legislatura vedrà la sua fine naturale tra due anni, ma non si esclude che il prossimo febbraio, con il termine del settennato di Sergio Mattarella, non possa essere proprio Mario Draghi a diventare il nuovo inquilino del Quirinale. In tal caso l’election day subito dopo potrebbe diventare una possibilità concreta. Al di là della tempistica del voto, è da capire quale sarà l’impatto della composizione del...

Il Governo Draghi probabilmente è destinato a cambiare anche lo scenario elettorale futuro, anche se è in carica principalmente per affrontare i problemi economici e sanitari dell’Italia. Tra l’altro le elezioni non sono lontane. La legislatura vedrà la sua fine naturale tra due anni, ma non si esclude che il prossimo febbraio, con il termine del settennato di Sergio Mattarella, non possa essere proprio Mario Draghi a diventare il nuovo inquilino del Quirinale. In tal caso l’election day subito dopo potrebbe diventare una possibilità concreta.

Al di là della tempistica del voto, è da capire quale sarà l’impatto della composizione del Governo in carica sui futuri assetti. Ad alcuni partiti conviene fondersi con gli alleati oppure no? Nel centrodestra si è verificata una frattura, Lega e Forza Italia hanno deciso di esprimere la fiducia a Draghi mentre Fratelli d’Italia è all’opposizione, così come all’interno di questo nuovo governo si è già creato un intergruppo tra il PD, il M5S e Leu che in molti vedono come un laboratorio finalizzato a creare un unico soggetto politico.

Al contempo però, sia che questo governo duri un anno o due, risulta difficile pensare che alla fine dell’esperienza i partiti che appoggiano Draghi ritornino ad affilare i coltelli in un tutti contro tutti, dopo aver governato insieme. Le attenzioni sono puntate sul centrodestra e ci si chiede se questa alleanza tra Lega e FI possa dar vita ad una nuova lista unica. Attualmente il partito di Salvini ha un consenso che si aggira tra il 24-25%, mentre quello di Berlusconi è tra il 6-7%. Ma in caso di unione come reagirebbero gli elettori? A vedere di buon occhio questa ipotesi sono soprattutto i votanti della Lega, che nell’81% appoggerebbero il partito unico. I più critici invece sono i supporter di Berlusconi, in quanto il 62% sarebbe contrario, contro circa 13 che invece è possibilista.

Tradotto in stime di voto, se oggi i due partiti in maniera separata raccolgono il 30-32%, se si creasse un unico soggetto politico questo avrebbe un potenziale del 26-28%, cioè totalizzerebbe circa il 4-5% in meno della somma del consenso attuale ai due partiti. La flessione maggiore si registrerebbe al Sud, forse dove c’è un maggiore radicamento di Forza Italia. Le cose non sono diverse se si guarda all’area di centrosinistra ed in particolare a questo nuovo gruppo interparlamentare.

A favore della nascita di un soggetto unico che possa fondere il PD, il M5S e Leu si esprime il 59% degli elettori del PD mentre la maggioranza assoluta dei votanti M5S (61%) è contraria. Anche in questo caso si registra una flessione del consenso. Se correndo separatamente i tre partiti totalizzano circa il 34-36%, uniti in un’unica lista scenderebbero al 30-32%. E’ però da notare che sebbene l’aggregazione determinerebbe per tutti una perdita dei consensi, il partito unico di centrosinistra (PD-M5S-LEU) potrebbe superare il partito unico di centrodestra (LEGA-FI): 30-32% contro il 26-28%. E’ chiaro dunque che in questo ipotetico scenario si aprirebbe un potenziale elettorale verso un’aggregazione di centro alla quale potrebbero guardare gli insoddisfatti delle fusioni provenienti sia da FI che dal PD e dall’area di centrosinistra.

*Direttore Noto Sondaggi