Antonio Segni fu il quarto presidente della Repubblica Italiana
Antonio Segni fu il quarto presidente della Repubblica Italiana
"Sono stati bravi a raccontare balle agli italiani per oltre cinquant’anni e oggi mi lascia attonito il silenzio di coloro che lo hanno fatto". E’ da qualche settimana in libreria il documentato pamphlet di Mario Segni: "Il colpo di Stato del 1964. La madre di tutte le fake news", edito da Rubbettino. E l’autore, figlio di Antonio Segni, il Presidente della Repubblica chiamato in causa come ispiratore della presunta minaccia militare della torrida estate di oltre mezzo secolo fa, racconta che aspetta ancora risposte da quella ampia storiografia e pubblicistica di sinistra che non si è mai preoccupata di rimettere in discussione una falsa e strumentale narrazione dei fatti di allora. Il suo è un libro che arriva da lontano: ma perché ha deciso di farlo ora? "Perché, nonostante vi siano stati in questi decenni dibattiti e ricostruzioni corrette, come quella di Paolo Mieli e di altri, mi sono accorto con stupore qualche anno fa che la storiografia e la pubblicistica largamente prevalenti hanno continuato a presentare sempre la vecchia versione contenuta nell’inchiesta di Lino Jannuzzi pubblicata dall’Espresso nel ’67. E’ così ho deciso di mettermi a recuperare e studiare tutte le carte del caso". Quale era (è) la tesi sostenuta allora da Jannuzzi e Scalfari e dalla larga schiera di seguaci? "Quella secondo la quale nel ’64 sarebbe avvenuto qualche cosa di eversivo, un colpo di Stato – il cosiddetto Piano Solo - o più...

 "Sono stati bravi a raccontare balle agli italiani per oltre cinquant’anni e oggi mi lascia attonito il silenzio di coloro che lo hanno fatto". E’ da qualche settimana in libreria il documentato pamphlet di Mario Segni: "Il colpo di Stato del 1964. La madre di tutte le fake news", edito da Rubbettino. E l’autore, figlio di Antonio Segni, il Presidente della Repubblica chiamato in causa come ispiratore della presunta minaccia militare della torrida estate di oltre mezzo secolo fa, racconta che aspetta ancora risposte da quella ampia storiografia e pubblicistica di sinistra che non si è mai preoccupata di rimettere in discussione una falsa e strumentale narrazione dei fatti di allora.

Il suo è un libro che arriva da lontano: ma perché ha deciso di farlo ora?

"Perché, nonostante vi siano stati in questi decenni dibattiti e ricostruzioni corrette, come quella di Paolo Mieli e di altri, mi sono accorto con stupore qualche anno fa che la storiografia e la pubblicistica largamente prevalenti hanno continuato a presentare sempre la vecchia versione contenuta nell’inchiesta di Lino Jannuzzi pubblicata dall’Espresso nel ’67. E’ così ho deciso di mettermi a recuperare e studiare tutte le carte del caso".

Quale era (è) la tesi sostenuta allora da Jannuzzi e Scalfari e dalla larga schiera di seguaci?

"Quella secondo la quale nel ’64 sarebbe avvenuto qualche cosa di eversivo, un colpo di Stato – il cosiddetto Piano Solo - o più propriamente una minaccia militare, attribuita all’Arma dei Carabinieri del generale De Lorenzo, con l’avallo o la partecipazione di Presidente della Repubblica, che avrebbe cambiato il corso di quella crisi politica, imponendo una frenata al centro-sinistra e al suo sviluppo".

E, invece, a quali conclusioni è giunto lei con le sue ricerche?

"Dopo oltre tre anni di reperimento e analisi di un vastissimo materiale, mi sono accorto, con rabbia, che non eravamo in presenza di una interpretazione forzata o tendenziosa dei fatti, ma di un totale capovolgimento della storia perché quella storia, come raccontata, non era mai esistita. Si è trattato, insomma, della più colossale fake news della storia repubblicana".  

Dunque, non c’è mai stata neanche la famosa riunione del generale De Lorenzo con lo stato maggiore dell’Arma del 14 luglio ’64, considerata l’inizio del Piano Solo?

"No. Non c’è mai stata. E’ una completa montatura. Mio padre non ha mai chiesto al generale di mettere in atto il Piano Solo o un qualsiasi altro intervento analogo. Il generale De Lorenzo non ha mai riunito gli alti ufficiali dell’Arma per tenere un discorso eversivo e consegnare loro gli ordini sullo stato d’allarme, la sorveglianza delle persone ritenute pericolose in attesa dell’arresto e della loro deportazione in Sardegna, la mobilitazione dei carabinieri in direzione Roma.  Niente di tutto questo è accaduto. E’ tutto falso. E, infatti, Aldo Moro e Giuseppe Saragat hanno sempre smentito queste ipotesi. E, anzi, Moro, nel memoriale (anche con tutte le cautele del caso) lascia un ricordo positivo di De Lorenzo, come di colui che va ringraziato per l’attività svolta in situazioni pericolose. Senza contare, per di più, che c’è stato un processo che ha condannato per diffamazione sia Jannuzzi sia Eugenio Scalfari come direttore dell’Espresso".

Moro, Saragat. E però rimane il "tintinnar di sciabole" di Pietro Nenni: l’accusa del leader socialista rivolta proprio nei confronti di chi avrebbe fatto sentire la minaccia militare come incombente.

"Guardi una delle scoperte più clamorose che ho fatto riguarda proprio Nenni. Il leader socialista era un fautore decisissimo della continuità di centrosinistra e quindi si muoveva politicamente con una impostazione opposta a quella del Presidente della Repubblica. Eppure, in tutte le sue dichiarazioni pubbliche e private e anche nei diari ha sempre smentito che vi sia stata la minima attività eversiva, la minima minaccia alla democrazia. E devo confessare che questa è una cosa che ha lasciato attonito anche me, perché io stesso sono stato vittima di questa ferrea propaganda che aveva sempre indicato in Nenni il protagonista della scoperta e della denuncia del presunto colpo di Stato".

Per inciso lo stesso De Lorenzo diventa Capo di Stato maggiore dell’Esercito qualche anno dopo con il via libera di Moro, Saragat e Nenni.

"Questo è uno degli argomenti decisivi per smentire tutte le teorie sul colpo di Stato. Come sarebbe stato possibile che Moro, Saragat e Nenni potessero aver affidato la guida dell’Esercito a colui che li avrebbe minacciati con un colpo di Stato? E per giunta con l’accordo dei comunisti, come indicò in Parlamento Giorgio Amendola. E, semmai, senza l’avallo di Andreotti, che aveva un suo candidato".

Che cosa è successo, allora, in quella estate rovente?

"E’ successo che il Capo dello Stato si è trovato a gestire una lunga, complessa, articolata crisi politica che, però, è rimasta sempre nell’alveo delle regole di una democrazia parlamentare. Il Presidente della Repubblica, insomma, per tutta una serie di ragioni era convinto che  la prosecuzione dell'esperienza del centro-sinistra nel modo in cui è stata condotta fino ad allora aggravasse la crisi economica e finanziaria del Paese, creando una situazione pericolosa sul piano sociale e su quello della tenuta del sistema democratico italiano. Da qui la sua azione politico-istituzionale per arrivare a una soluzione di governo differente".

Segni Presidente interventista, insomma, ma senza sbandamenti su altri terreni.

"Certamente. Si può dire legittimamente che si sia trattato di un Presidente interventista e politicamente attivo e su questo si possono dare giudizi politici. Anche se mi pare che il ruolo dei Presidenti nei decenni successivi si sia caratterizzato per un interventismo anche più ampio e più esteso, in connessione con il progressivo indebolimento del sistema politico".

Da dove nasceva la posizione del Presidente Segni contro lo sviluppo del centro-sinistra organico?

"Chiariamo che quella linea di azione partiva dalla constatazione della gravità della situazione politica, economica e finanziaria del Paese. E il principale attore-consigliere che rappresentò, anche con modalità irrituali, al Capo dello Stato l’emergenza nella quale stava precipitando l’Italia fu il governatore della Banca d'Italia Guido Carli. Lo stesso Antonio Giolitti, allora Ministro del Bilancio, socialista, uno dei protagonisti della linea più interventista, ha raccontato che Carli andò a trovarlo e gli regalò due banconote da 50 miliardi di marchi della Repubblica di Weimar per ammonirlo sui rischi di una politica economica di quel tipo. E questo senza contare che mio padre era anche preoccupato sui pericoli di ordine costituzionale che quella politica economica comportava per il principio costituzionale della libertà di iniziativa privata".

Un’ultima nota: come è stato possibile che una fake news diventasse il Vangelo per cinquant’anni e passa?

"E’ stato possibile perché la sinistra ha esercitato un’egemonia assoluta nell’ambito della cultura e della storiografia. E anche nei decenni successivi alla fine della Prima Repubblica, come osserva lo storico Agostino Giovagnoli, non ha voluto mai fare i conti con i propri errori e le proprie responsabilità".