A Rino Formica, 93 anni, socialista trotzkista, ministro di lungo corso dal 1980 al 1992 nei governi Cossiga, Spadolini, Andreotti, Craxi, Goria, De Mita, la passione di Giuseppe Conte per la cybersicurezza e i servizi segreti suggerisce cattivi presagi. Il governo ha proposto, e poi ritirato, la nascita di una fondazione per la cybersicurezza da decine di milioni di budget. Capo struttura lo stesso premier. Idea infelice? "La velocità con cui il blitz è stato tentato in manovra, e poi accantonato, prova l’ingenuità e la pervasività della tendenza populista di Conte a cercare...

A Rino Formica, 93 anni, socialista trotzkista, ministro di lungo corso dal 1980 al 1992 nei governi Cossiga, Spadolini, Andreotti, Craxi, Goria, De Mita, la passione di Giuseppe Conte per la cybersicurezza e i servizi segreti suggerisce cattivi presagi.

Il governo ha proposto, e poi ritirato, la nascita di una fondazione per la cybersicurezza da decine di milioni di budget. Capo struttura lo stesso premier. Idea infelice?

"La velocità con cui il blitz è stato tentato in manovra, e poi accantonato, prova l’ingenuità e la pervasività della tendenza populista di Conte a cercare risposte di presunta efficienza fuori dallo Stato. É, a livello operativo, la conferma di un colossale trasformismo e di un’indifferenza morale rispetto alle più disparate ipotesi di lavoro: tipo stare con Salvini o con Zingaretti".

È normale che il premier trattenga la delega ai servizi per due mandati di fila?

"È una facoltà di legge. Guarda caso, dal 2007 Conte è il primo a esercitarla".

Berlusconi diede l’incarico a Gianni Letta, Monti a De Gennaro, Enrico Letta e Renzi a Minniti, Gentiloni a Pizzetti, persino D’Alema nel 1998 affidò la delega a Mattarella, suo vice. Solo Conte non si fida?

"L’antica arte del dossieraggio suggerisce a tutti di tenere le antenne alzate. Ora, in epoca di continua rivoluzione tecnologica, il controllo degli apparati di sicurezza alimenta appetiti e tentazioni. Non capisco perché un partito di impronta tradizionale come il Pd abbia lasciato campo libero al premier in un settore così delicato. Il tweet di Trump pro Giuseppi, nel periodo in cui il ministro della Giustizia Barr era a Roma per cercare prove sul Russiagate dai nostri servizi, è un esempio di scuola".

Vede scenari inquietanti?

"Siamo entrati nel biennio che porta all’elezione del nuovo presidente della Repubblica Un biennio tradizionalmente turbolento. Stavolta lo sarà di più".

Perché?

"Gli Stati Uniti con Biden dovranno ridefinire il rapporto euroatlantico, proprio mentre l’Europa, sotto la spinta della pandemia, accelererà il percorso per l’integrazione politico-economica che, prima o poi, condurrà a un’Europa federale. I contrasti sulla cybersicurezza o sulla cabina di regia del Recovery Plan non sono altro che prove di schieramento e munizionamento per la battaglia alle porte".

Ci dica di più.

"Il vero intrigo non si focalizzerà sul nome, ma sul profilo del candidato al Quirinale: quello di un docile facilitatore del cambiamento costituzionale. Va da sé che ogni Paese, per arrivare all’appuntamento con la storia della Ue nel pieno della capacità negoziale, dovrà prima rafforzare al massimo i suoi asset e i suoi apparati. Un obiettivo che si raggiunge con più Stato, non con improbabili fondazioni".

Per questo Conte la preoccupa?

"Lo terrei d’occhio, perché la sua vena populista potrebbe sposarsi con l’ambizione personale di dare inedita armonia giuridica a una realtà istituzionale, sociale ed economica ormai in rapida disgregazione".