L'ex premier Giuseppe Conte e il garante M5s Beppe Grillo (Ansa)
L'ex premier Giuseppe Conte e il garante M5s Beppe Grillo (Ansa)

Il padrone del Movimento Cinquestelle, Beppe Grillo, ha licenziato senza neppure troppo preavviso il direttore generale che si era scelto, Giuseppe Conte, assunto qualche mese fa per la gestire le direttive politiche che lui in persona aveva deciso. Come in tutti i partiti personali lo scettro del comando può appartenere a uno solo soltanto, e le diarchie non sono ammesse. Grillo l’ha ripetuto nel suo messaggio sul blog, "i partiti unipersonali non mi piacciono". Tutti all’infuori del suo medesimo, in cui è lui a comandare. 

Ora nascerà una lista Conte, o come si chiamerà la formazione dell’ex premier, che cercherà di sfruttare la popolarità di cui Conte ancora gode, mentre il Movimento 5 Stelle rimarrà saldamente nella mani del fondatore, che rispolvera una parte degli slogan e dei 'valori' delle origini, i più identitari, e non è per niente un caso che venga tirato fuori dall’armadio Rousseau. Sarà attraverso la piattaforma di Casaleggio che Grillo procederà alla conta interna, e come è sempre accaduto in passato non ci saranno sorprese. L’arrocco consentirà a Grillo di conservare ben salde le redini del Movimento e di quel consenso che gli rimane, pure fosse un 6/7 per cento. La piattaforma amica gli garantirà la copertura degli iscritti, vera o meno che sia, mentre lui in persona avrà quella degli eletti: lo statuto attuale, che è quello che conta, riserva a Grillo la facoltà di firmare le liste elettorali del Movimento 5 Stelle, e quindi chi vuole sperare di candidarsi sotto quelle bandiere deve per forza passare da lui.

Conte in sostanza dovrà fondare un altro movimento o partito che dir si voglia, che sarà un partito personale, lo stesso appena contestato a Grillo. Una forza che terremoterà l’attuale assetto politico. In questo festival dei paradossi, il movimentista Grillo è il più solido sostenitore di Draghi ma raccoglie attorno a se gli ex dissidenti grillini molti dei quali il governo Draghi non l’avevano neppure votato, mentre Conte, l’uomo dal profilo istituzionale, avrà dalla sua parte la frangia più governativa dell’ex Movimento pur essendo colui che per mille motivi non vede l’ora di fare la festa all’attuale premier. 

Una situazione complessa che evidenzia l’involuzione tutta politicista di un movimento nato per essere vicino ai bisogni della «gente» contro il palazzo, invece imploso per questioni che con i drammi del paese reale non hanno niente a che vedere. Una fase politica si è esaurita, il mondo che aveva espresso il 33 per cento ai Cinquestelle è finito, ma ancora non si intravede il profilo di chi o che cosa potrà prendere il suo posto. Almeno nel centrosinistra, dove il Pd arranca nel suo balbettio propositivo (dopo lo ius soli e il ddl Zan ora il cavallo di battaglia sono i cambi di casacca del parlamentari) e una possibile lista Conte non potrà certo rattoppare il buco che lascia un Movimento unito, come era finora.