Il premier Mario Draghi
Il premier Mario Draghi
Cresce giorno dopo giorno, dentro il M5s, il malessere contro Mario Draghi e il governo da lui guidato. Sulla riforma della giustizia targata Cartabia, contro cui si scatena il direttore del Fatto quotidiano, Marco Travaglio, ma anche sull’ambiente – contro il ministro Cingolani – e persino su temi ’minori’ come l’agricoltura. La tentazione tra i pentastellati di compiere un colpo a sorpresa (traduzione: passare all’opposizione), si fa sempre più forte. I 5 Stelle lamentano di avere poca voce in capitolo nelle scelte dell’esecutivo, stritolati da una parte dalle forze di centro-destra governiste (FI e Lega) e, dall’altro, dall’asse di sinistra Pd-LeU. I sondaggi: sprint Meloni Restare...

Cresce giorno dopo giorno, dentro il M5s, il malessere contro Mario Draghi e il governo da lui guidato. Sulla riforma della giustizia targata Cartabia, contro cui si scatena il direttore del Fatto quotidiano, Marco Travaglio, ma anche sull’ambiente – contro il ministro Cingolani – e persino su temi ’minori’ come l’agricoltura. La tentazione tra i pentastellati di compiere un colpo a sorpresa (traduzione: passare all’opposizione), si fa sempre più forte. I 5 Stelle lamentano di avere poca voce in capitolo nelle scelte dell’esecutivo, stritolati da una parte dalle forze di centro-destra governiste (FI e Lega) e, dall’altro, dall’asse di sinistra Pd-LeU.

I sondaggi: sprint Meloni

Restare nell’esecutivo e contare poco o sfilarsi passando all’opposizione per cercare di recuperare consensi? È questo il dilemma che sta consumando i pentastellati che il teorico leader, Giuseppe Conte, cerca di far sbollire, ma che soffia, a sua volta, anche su questi malumori. Come si sa, i 5 Stelle, ormai da mesi, stanno affrontando un difficile percorso di transizione per sganciarsi dalla piattaforma Rousseau. Ma se i governisti (da Di Maio a D’Incà) non vorrebbero lasciare i propri incarichi, gli ortodossi vorrebbero tornare alle origini e, forse, riannodare i fili con gli scissionisti (Di Battista fuori dal Parlamento, Lezzi e Toninelli dentro).

Le voci di esponenti pentastellati che vorrebbero lasciare Draghi, o quanto meno non si fanno più problemi nel rendere pubblico i propri dubbi, sono sempre più numerose. Ultimo ad esprimersi è stato, proprio ieri, il deputato Angelo Tofalo, che su Facebook ha lanciato un affondo contro il presidente del Consiglio: "Sono in treno, sto tornando a Salerno e condivido una riflessione. Abbiamo risposto in maniera matura all’appello del capo dello Stato per mettere in sicurezza il nostro Paese, da un punto di vista sanitario ed economico, sostenendo questo governo", scrive il parlamentare, ex sottosegretario alla Difesa nei due governi Conte, che evidenzia come ci sia ancora "molto da fare" ma – ecco la stoccata contro il premier – "la luce in fondo al tunnel si inizia a vedere e, una volta terminato questo complesso lavoro, credo sia doveroso chiedersi se sia ancora realmente necessario sostenere un governo Draghi. Forse lo non più e porrò questo tema a Giuseppe Conte e ai ministri del M5s".

Nel Movimento, dunque, torna a deflagrare la domanda delle ‘cento pistole’: ha senso continuare a sostenere il governo Draghi? "Ormai è chiaro che lo spin doctor di Conte è Travaglio" ringhia un deputato, ovviamente tra i governisti. Il problema è che viene attribuita, dagli stessi pentastellati, proprio al leader in pectore Conte la primogenitura delle perplessità sul governo.

La fronda contiana è robusta al Senato perché a Palazzo Madama i senatori si sono già scottati le dita con la vicenda dei Responsabili e perché è il Senato il bacino di consenso più forte per Conte. Una situazione paradossale in cui c’è pure chi mette in luce che Conte non ha mai incontrato Draghi, nonostante le sollecitazioni di questi. "La verità è che Conte con Draghi non ha nessun rapporto", spiega uno dei colonnelli pentastellati. Di Maio e Patuanelli predicano calma e provano a mediare, intestandosi le ragioni dei governisti.

In pochi parlano con l’ex premier, tra cui Alfonso Bonafede, che intesse con lui un filo quotidiano. Conte, per ora, aspetta. Ma sia lui che il M5s sono una pentola in ebollizione con Draghi nel mirino. La controindicazione è che, in caso di rottura, anche l’alleanza con il Pd può saltare.