Roma, 1 maggio 2018 - Niente elezioni anticipate a giugno: è il punto fermo, da cui non si prescinde e da cui il capo dello Stato non defletterà. Per il resto, solo ‘riflessione e ascolto’, verso le posizioni delle forze politiche, non senza una punta di irritazione. Infatti, Mattarella, conferendo al presidente della Camera Roberto Fico un mandato esplorativo per verificare, sul lato M5S- Pd, la possibilità di fare un governo, si attendeva e chiedeva "novità pubbliche, esplicite e significative". Era già rimasto scottato dal mai nato (ma tanto a lungo ventilato e agitato) dialogo tra il centrodestra e i 5 Stelle cui, tra due giri di consultazioni e un mandato esplorativo alla Casellati, il capo dello Stato aveva concesso ben 20 giorni di tempo.
Ma le novità che sono arrivate dal Pd con l’intervento pubblico di Renzi sono state tutte negative: aspettare la Direzione del Pd è pleonastico, ma Mattarella la aspetterà. Oggi, per la Festa del Lavoro, terrà un discorso pubblico, sì, ma ristretto al dolente tema delle ‘morti bianche’, poi rifletterà ancora.

Eppure, il capo dello Stato, stanco di troppi atteggiamenti e dichiarazioni "elettoralistici", credeva che, dopo le elezioni in Friuli e ben 40 giorni di crisi, i partiti formulassero proposte "chiare e responsabili". Ma, proprio ieri, il leader del M5S è arrivato a chiedere pubblicamente le urne anticipate a giugno. Una richiesta certamente pesante, ma che, per ora, non è sorretta da Matteo Salvini, il quale fa invece sapere di stare lavorando "a un governo senza il Pd, ma non per il voto anticipato". Salvini, cioè, chiederebbe al Colle di avallare la nascita di un governo di centrodestra ma sotto forma di governo di minoranza. Ipotesi già avanzata da Berlusconi, che il Colle giudica irrealistica e infattibile.

Quali le strade da percorrere, dunque, per Mattarella? La prima: niente elezioni anticipate, né giugno né tantomeno a luglio. Per votare il 24 giugno la finestra elettorale si chiude il 9 maggio, ma in realtà è già chiusa. I tradizionali 45/70 giorni per indire i comizi elettorali, come prevede la Costituzione, vanno integrati con le norme applicative per il voto degli italiani all’Estero: sono 60 giorni pieni. Dunque, resterebbe luglio, ipotesi sulla quale, solo a sentirla, al Quirinale allargano ironici le braccia: "Semplicemente non esiste".

La seconda strada è doppia. O un ‘governo di tregua’, più che ‘del Presidente’, sorretto da tutti i partiti e guidato da un giurista (il presidente della Consulta Lattanzi o Cassese) che traghetti il Paese oltre la necessaria approvazione della legge Finanziaria (la sessione di bilancio inizia il 15 ottobre e, da quel giorno in poi, andare a votare "è follia") e che riesca a scrivere una nuova legge elettorale o modifichi quantomeno quella attuale, il Rosatellum, introducendo il premio di maggioranza (alla lista o alla coalizione?). Un governo con un mandato che, di fatto, scavallerebbe il 2018 e permetterebbe all’Italia di non votare prima del 2019.
Oppure un governo ‘elettorale’, di breve se non brevissima durata, per tornare al voto entro fine settembre (e non dopo, causa l’arrivo della legge di Stabilità) senza che, a meno di miracoli, sia stata cambiata neppure la legge elettorale. Una soluzione, quest’ultima, minimale quanto drammatica, ma che un Colle riluttante si potrebbe trovare a percorrere.