Roma, 13 maggio 2018 - L’obiettivo è superare la riforma Fornero. Ma, almeno secondo le indicazioni che arrivano dal tavolo sul contratto di governo Lega-5 Stelle, le ambiziose promesse dei due partiti appaiono destinate a ridimensionarsi di fronte alle risorse necessarie per raggiungere integralmente lo scopo. In sostanza, i risparmi derivanti dal riassetto previdenziale del 2011, nei prossimi 42 anni, si aggirerebbero sui 280 miliardi, la maggior parte dei quali realizzati nei prossimi 10 anni. 

Ma che cosa prevede la legge Fornero, considerata un pilastro in Ue per la stabilità dei conti pubblici italiani? Tre punti in sintesi: il passaggio al contributivo per tutti come metodo di calcolo delle pensioni, l’abolizione delle vecchie pensioni di anzianità, l’aumento progressivo dell’età pensionabile. Al punto che oggi non si può lasciare il lavoro prima di aver raggiunto i 67 anni e 7 mesi o messo in cascina 42-43 anni di contributi. Tutte condizioni destinate a salire per il collegamento con l’aspettativa di vita.

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1 - QUOTA 100 - Tornare al sistema precedente al 2011

Lega e 5 stelle fin dalla scorsa legislatura hanno messo in cantiere una proposta molto simile per favorire l’uscita flessibile dal lavoro: il primo pilastro è la cosiddetta quota 100. La proposta si basa sul presupposto di ripristinare il vecchio sistema delle quote, quello che consentiva di sommare l’età anagrafica del lavoratore con la sua anzianità contributiva per raggiungere un valore che consentiva l’uscita. Nello specifico, il progetto riprende di fatto quello sostenuto negli anni scorsi dall’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano: i lavoratori dovrebbero poter lasciare il lavoro raggiungendo quota 100, ma a partire da un’età anagrafica minima di almeno 62 anni e da un requisito contributivo minimo di 35 anni di contributi. Dunque, a conti fatti l’uscita potrebbe essere conquistata con 62 anni e 38 anni di contributi, con 63 anni e 37 di contributi, ancora con 64 anni e 38 di contributi o con 65 anni e 35 anni di contributi. Nella versione originaria della proposta, si ipotizzava un requisito leggermente più elevato per i lavoratori autonomi (gli iscritti alle gestioni speciali dei lavoratori autonomi e nella gestione separata) ai quali veniva richiesto il perfezionamento della quota 101 con almeno 63 anni di età. Ma la differenziazione sarebbe scomparsa.

 

2 - QUOTA 41 - Uscita senza limiti: è il modello Ape

Il secondo pilastro della proposta condivisa sulle pensioni riguarda la cosiddetta quota 41. In sostanza, si prevede che i lavoratori che raggiungono i 41 anni di contributi possano andare in pensione a prescindere dall’età anagrafica. In pratica, una volta raggiunti i 41 anni di lavoro, si dovrebbe poter lasciare l’attività per la pensione senza altri vincoli. Si tratta, anche in questo caso come per quota 100, della riedizione riveduta, corretta e aggiornata della vecchia uscita con 40 anni di attività ante-Fornero. Anche se anche prima della legge Fornero la soglia dei 40 anni era stata superata dalla cosiddetta finestra mobile; nel senso che, una volta raggiunti i 40 anni, per andare davvero in pensione era indispensabile che passassero altri 12 mesi.
Va anche detto, però, che una sorta di apertura verso quota 41 è avvenuta con la previsione dell’Ape per i lavoratori precoci, coloro che hanno cominciato l’attività durante la minore età. Ebbene, per questi ultimi, se rientranti in una categoria disagiata (disoccupati, invalidi, in attività gravose o usuranti) è possibile già ora il pensionamento con 41 anni di contributi. Dunque sotto questo profilo si tratterebbe di rendere generale quella che è un’eccezione. Come, d’altra parte, prevedeva ancora una proposta di Damiano.

3 - LE RISORSE - Interventi troppo cari, il conto è di 150 miliardi

Consentire l’accesso alla pensione con la quota 100 potrebbe costare nel 2019 11,5 miliardi per arrivare a quasi 15 a regime, il terzo anno dall’avvio della normativa. Il calcolo arriva da Stefano Patriarca, a lungo consulente di Palazzo Chigi per la previdenza e ora responsabile della società di consulenza e ricerca Tabula. Nel 2017 – spiega – sono state liquidate dall’Inps nel solo settore privato circa 290mila nuove pensioni previdenziali dirette e tra queste circa 160mila di anzianità. In media chi è andato in pensione anticipata aveva 61 anni. Nonostante fossero necessari 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 mesi le donne) oltre la metà dei nuovi pensionati è uscito in anticipo. «Se oltre a quota 100 si prevedesse anche la possibilità di uscire con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età – aggiunge Patriarca – il costo il primo anno sarebbe di 12,3 miliardi e di quasi 16 a regime». Con questi interventi – spiega Patriarca – in media i pensionati di «anzianità» accederanno alla pensione con un’età media intorno ai 59 anni (a fronte dei 61 medi attuali) con otto anni di anticipo rispetto all’età di vecchiaia dato che nel 2019 salirà a 67 anni. La spesa cumulata in 10 anni potrebbe arrivare fino a un costo cumulato di 150 miliardi di euro.