La ripartizione è perfetta, cristallina. Lo schema – una sorta di schema da allenatore – recita che la squadra di Draghi, sul fronte della politica – la politique politicienne si sarebbe definita una volta – gioca con un 4-3-3-3-1-1. In ordine di importanza e scendendo poi giù giù pe’ li rami lo schema dice che ben quattro ministeri vanno ai 5Stelle. I quali, certo, tengono le posizioni, ma sono pur sempre il primo partito italiano, dentro il Parlamento, e prendono poco, quantomeno rispetto ai due governi Conte, in cui avevano fatto man bassa di posti. E perdono anche in quanto a peso specifico dei singoli posti. Tre ciascuno a Lega, Pd e Forza Italia. Messi tutti e tre sullo stesso piano, anche se i rapporti di forza nelle Camere sono assai diversi (Lega in testa a tutti, segue FI, Pd...

La ripartizione è perfetta, cristallina. Lo schema – una sorta di schema da allenatore – recita che la squadra di Draghi, sul fronte della politica – la politique politicienne si sarebbe definita una volta – gioca con un 4-3-3-3-1-1. In ordine di importanza e scendendo poi giù giù pe’ li rami lo schema dice che ben quattro ministeri vanno ai 5Stelle. I quali, certo, tengono le posizioni, ma sono pur sempre il primo partito italiano, dentro il Parlamento, e prendono poco, quantomeno rispetto ai due governi Conte, in cui avevano fatto man bassa di posti. E perdono anche in quanto a peso specifico dei singoli posti. Tre ciascuno a Lega, Pd e Forza Italia. Messi tutti e tre sullo stesso piano, anche se i rapporti di forza nelle Camere sono assai diversi (Lega in testa a tutti, segue FI, Pd ultimo) – dato di fatto numerico che fa già storcere il naso alla Lega – i rapporti di forza, però, privilegiano Pd e FI sulla Lega.

Chi sono i ministri del governo Draghi: nomi e volti

Infatti, guardando meglio alle caselle dei tre partiti, le differenze balzano all’occhio. Il Pd prende fior di ministeri di peso (il Lavoro, la Difesa, la Cultura) e riesce – in una sorta di miracolo collettivo figlio dell’impegno, della tenacia e della costanza che ci ha messo tutto il Nazareno e, in particolare, il suo segretario – a bilanciare, dal punto di vista algebrico come da quello politico, le sue tre aree principali. Alla Difesa resta Guerini – su richiesta del Colle, però, questo va detto, e il cui nome è stato a lungo in bilico – leader dell’area politica più forte nei gruppi parlamentari (Base Riformista). Alla Cultura permane il ‘regno’ di Franceschini, leader della piccola Area dem, ma benvoluto sempre dal Colle. Al Lavoro, ministero pesante e strategico, va Orlando, leader della corrente più di sinistra del Pd, legato a doppio filo con Zingaretti e Bettini.

Anche gli azzurri piazzano al governo fior di personalità (Carfagna, Gelmini e Brunetta) e che, a loro volta, rispondono tutte ad aree specifiche in cui è divisa oggi FI: la Carfagna (Voce libera, detti gli Azzurri per Draghi…), la Gelmini (area azzurra del Nord e assai vicina alla Lega) e Brunetta, per conto dei ‘Moderati per Draghi e per la Ue’. Certo, si tratta di tre ministeri tutti e tre ‘senza portafoglio’ (Sud, Autonomie e PA), ma sono tutti dicasteri dal grande peso strategico.

La Lega, invece, un po’ storce il naso. I ministeri sono tre, ma solo uno è davvero strategico (lo Sviluppo economico), affidato all’amico leghista di Draghi, Giorgetti, uno di buon peso (il Turismo, nuovo di zecca) messo nelle mani del moderato Garavaglia e uno di nessun peso ma che Salvini reclamava a gran voce, la Disabilità affidata all’ex ministra gialloverde Stefani. Insomma, la Lega un po’ sorride e un po’ storce la bocca.

Quattro dicasteri, infine, vanno al M5s (Esteri, Agricoltura, Rapporti con il Parlamento, Politiche giovanili) e sono stati perfettamente ripartiti tra le correnti interne. I due dicasteri di scarso peso, in quanto senza portafoglio, sono quelli di D’Incà, assai apprezzato da tutti i partiti, di governo come di opposizione, che va in un ruolo strategico per le dinamiche parlamentari (dovrà occuparsi di legge elettorale, croce e delizia di tutte le legislature), mentre la Dadone occuperà una sedia assai minore, le Politiche giovanili.

Entrambi i due sono di area Fico, l’attuale presidente della Camera. Patuanelli gioca per sé, ma è molto vicino a Pd e LeU. Di Maio è Di Maio: capo di se stesso e della più importante e consistente corrente dentro il M5s. Certo, rispetto ai precedenti governi (il Conte I e il Conte II) l’M5s perde terreno, ma non è detta l’ultima parola. La partita del sottogoverno si deve ancora aprire: in quella, i partiti a maggior ragione diranno la loro. In particolare Italia Viva, il partito di Renzi, che ha avuto solo un ministero (la Famiglia alla Bonetti) e Più Europa di Bonino-Calenda, che aspirava agli Affari europei. Soddisfatta invece LeU, che conferma Speranza alla Salute.