Sergio Mattarella a colloquio con la presidente del Senato Casellati (Ansa)
Sergio Mattarella a colloquio con la presidente del Senato Casellati (Ansa)

Roma, 16 aprile 2018 - Una calma tanto piatta quanto strana avvolge la politica nel giorno che precede la svolta di questa lunga e nebbiosa crisi di governo, il giorno in cui il presidente della repubblica dovrebbe uscire dal sentiero previsto delle consultazioni e finalmente assumere un’iniziativa, come annunciato venerdì scorso al Quirinale. Calma piatta perché i leader sono impegnati nella campagna elettorale, specie in Molise dove si vota domenica, e da lì lanciano i loro proclami, per nulla differenti dalle parole pronunciate nei giorni scorsi. Anzi, se possibile ancora più virulenti, nel toni e nella sostanza. Calma strana, perché dopo 40 giorni di crisi di governo ci si attenderebbe dalle forze politiche una qualche forma di concretezza che vada al di là della tattica e miri al dunque, e che invece non c’è. Con tutto il rispetto per il Molise (circa 200mila chiamati alle urne) e del Friuli (poco più di un milione di elettori) è poco pensabile - e peraltro neppure giusto - che il voto delle regionali possa spostare gli equilibri nazionali, e quindi c’è da attendersi al più presto una iniziativa del Capo dello Stato in grado di indirizzare la situazione.

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LE CARTE DI MATTARELLA - Le parole grosse e gli ultimatum volati ancora tra Salvini e Di Maio lasciano trapelare la reciproca volontà di non arrivare a un accordo. Se i due intravedessero qualche spiraglio alla trattativa in corso non spingerebbero così il piede nell’accelleratore. La mossa più indolore in mano al presidente Mattarella è un incarico esplorativo a uno dei due presidenti delle camere, Casellati o Fico, per compiere un ulteriore giro di consultazioni e poi riferire al Colle. I berlusconiani vorrebbero la Casellati, probabilmente anche i grillini che preferirebbero non fosse coinvolto Roberto Fico, in grado di far troppa ombra a Luigi Di Maio.

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L’impressione è però che anche un «giro» condotto da un esploratore possa non riuscire a far venir fuori i partiti dalla tana nella quale si sono cacciati, e che alla fin fine serva una sorta di «azione di forza» del presidente (forza ovviamente in linea con la Costituzione) nella forma di un pre-incarico a uno dei leader, un atto cioé che li metta di fronte alle proprie responsabilità. Una iniziativa di questo tipo è quella che i probabilmente i partiti da una parte temono dall’altra alla fine invocano. Come quei pugili suonati a fine match che guardano l’arbitro perché metta fine alle ostilità. Coscienti, i partiti, che senza una qualche forma di stop esterno a Ferragosto saremmo ancora qui a parlare di forni e di veti.

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