Paolo Gentiloni (Ansa)
Paolo Gentiloni (Ansa)

Roma, 12 dicembre 2016 - Come al solito l’ultimo miglio è il più insidioso, ma se non sorgeranno intoppi fondamentali nella formazione della squadra, stasera dopo la direzione Pd o, al massimo, domattina avremo il giuramento di Gentiloni e del suo governo. A seguire la fiducia del Parlamento, in modo da arrivare al consiglio europeo di Bruxelles del 15 con un esecutivo nel pieno o quasi (se entro mercoledì non si riuscirà a votare in entrambe le Camere) delle funzioni. Una crisi sprint: è bastata una settimana per risolverla, meno di quello che è servito in altre 56 occasioni nella storia repubblicana. Comprensibile la soddisfazione di Mattarella, che ha portato la nave in rada, malgrado tutto. Decisiva la telefonata nella notte con Matteo Renzi che – con senso di responsabilità non sottovalutato dal suo interlocutore – ha dato il via libera ad una soluzione assai apprezzata dal Colle.

INTANTO, il quasi premier (secondo la prassi, scioglierà la riserva quando porterà la lista al capo dello Stato) ha il profilo adatto per affrontare le scadenze internazionali ed europee che abbiamo di fronte nonché un’esperienza politica che gli permette di affrontare crisi serie come quella bancaria. E poi usa un linguaggio non guerrafondaio, necessario in una fase di pacificazione. In particolare, Gentiloni sulla legge elettorale dice chiaro e tondo che non si metterà di mezzo, ma cercherà semmai di «agevolare e di facilitare» le scelte parlamentari. Il capo dello Stato non lo avrà detto ufficialmente, ma ha fatto trapelare durante i colloqui di questi giorni che non intende trovarsi di fronte a un’altra legge di maggioranza, e men che mai approvata con la fiducia. Ecco perché ad alcuni è parso di capire che non vorrebbe fare i conti con un ministro delle Riforme divisivo: se si deve confermare quel ruolo, il ragionamento, bisogna scegliere un nome su cui tutti sono d’accordo. Di certo, Mattarella guarda con interesse alle consultazioni del premier incaricato, da cui si sfilano con un atto considerato dai più istituzionalmente sgarbato Salvini e Grillo non riconoscendo la ‘legittimità’ all’interlocutore: una scelta che pare non abbia precedenti. Persino Togliatti e Almirante non si sono mai sottratti all’ impegno. Diverso l’atteggiamento del resto dell’opposizione, a partire dal Cavaliere che manderà i due capigruppo azzurri, Romani e Brunetta, passando per Fd’I e concludendo con la sinistra. Tutti interessati al tavolo sulla legge elettorale, con vari distinguo. «Vediamo ciò che ci dirà Gentiloni», mette le mani avanti La Russa. Tutto è connesso: anche la durata del governo. Come ha fatto notare il capo dello Stato a quelli che premono per il voto, non è possibile indicare la scadenza di un governo: pur prescindendo dagli impegni internazionali (che culminano nella presidenza italiana Osce nel 2018), dipenderà dai tempi di approvazione della riforma elettorale e dalla volontà delle forze di maggioranza. Fermo restando che lo schema dell’alleanza non cambia, al Senato il governo potrà contare su tutti i voti di Gal (16) e di buona parte del gruppo misto, risultando più forte dell’esecutivo precedente. Di fatto, si creerà un intergruppo che a Largo del Nazareno già chiamano forza legislatura che cercherà di allontanare il più possibile le urne. Gentiloni, dunque, rischia di trovarsi tra l’incudine di chi punta alla stabilità e il martello del suo leader, Renzi, che vuole tornare a votare entro giugno.

OGNI giorno ha la sua pena. Ora l’ex ministro degli Esteri deve risolvere la quadra governativa. C’è da trovare un compromesso tra le richieste di Ala e i dubbi del Pd sulla presentabilità di alcuni verdiniani. C’è da fare i conti con la voglia della minoranza interna di pesare nella formazione dell’esecutivo: «Serve discontinuità di ministri e di programmi nell’esecutivo», sottolinea Fornaro. C’è da considerare le correnti della maggioranza Pd nonché il ruolo del braccio destro di Renzi, Lotti.